Proposta politica. Pordenone 1994
Premessa
La prostituzione non è un problema di ordine pubblico ma una questione sociale che coinvolge tutti i cittadini.
La società nel suo insieme è responsabile di questo fenomeno; sono
responsabili i clienti che con la loro richiesta stimolano un mercato
sempre più vario e diversificato anche nelle qualità dell’offerta; sono
responsabili la povertà, la miseria e le guerre che inducono migliaia
di persone ad affidarsi ai trafficanti internazionali che li
sfrutteranno nei mercati del sesso e/o lavoro nero; c’è la
responsabilità di un sistema consumistico che propone modelli e stili
di vita che inducono a cercare percorsi che sembrano "facili" per
raggiungere posizioni economiche e sociali di autentico o falso
benessere: c’è infine un radicato pregiudizio nei confronti di persone
considerate "diverse" per le loro scelte sessuali non conformiste e che
rende difficile il loro inserimento nel settore del lavoro
tradizionale.
Oggi, guardando dentro il mercato del sesso
commerciale, queste sfaccettature sono ben visibili: dai club privée,
alle agenzie per accompagnatrici (ma anche matrimoniali), ai locali
notturni (night club), agli appartamenti, ai luoghi di relax, giù fino
alla strada, è possibile leggere la storia dei desideri sessuali
consumistici dell’uomo di questi anni ’90.
Guardare questi
consumatori può suscitare incredulità, inquietudine ed altri vari
sentimenti, ma è pur vero che essi sono lo specchio di una società e
della sua non-educazione sessuale, di una cultura maschilista che non
pone su un piano paritario i rapporti uomo-donna, che da sempre ha
preteso il dominio e il commercio del corpo femminile negandogli una
specifica sessualità. Oggi nel nostro paese c’è un elevato allarme
sociale nei confronti della prostituzione, ma non perché ci sia una
presa di coscienza del fenomeno.
L’allarme sociale è dovuto solo al
fatto che nuove figure (viados, tossicodipendenti e soprattutto
straniere), meno rassicuranti della classica prostituta, creano a volte
ingorghi stradali e disturbano la quiete pubblica; ma soprattutto la
loro diversità inquieta i benpensanti.
Tutti biasimano lo
sfruttamento delle vittime della tratta, ma i cittadini chiedono solo
di rimpatriare e far sloggiare le vittime dalle loro strade; altri giri
di sfruttate, occulti e quindi meno fastidiosi, non preoccupano nessuno.
I sondaggi, ormai quasi quotidiani, danno per certo (il 93% - il 70% -
il 63%: nel giro di una settimana non ce n’è uno che abbia dato esito
uguale) che gli italiani vogliono riaprire i casini.
Riteniamo quest’idea antiquata e illiberale.
Riteniamo
inutile discutere in questo documento sulle case chiuse, ma vogliamo
ricordare che sono state tristi luoghi di schiavitù e sfruttamento
voluti dallo Stato e sostenuti dalla morale della chiesa vaticana che
ha sempre tollerato i bordelli purché non fossero vistosi.
Vogliamo invece spiegare perché siamo convinte che non si debba fare una legge per regolamentare la prostituzione.
Anche se per molte persone la prostituzione diventa una scelta di
lavoro, questo non si può considerare un lavoro come un altro per la
delicatezza implicita della parte di sé che si mette in gioco; si deve
anche considerare che spesso ci sono persone che praticano la
prostituzione per brevi periodi, in modo saltuario, occasionalmente, in
momenti di emergenza.
Per alcune persone invece la prostituzione
non è una scelta, ma una condizione più o meno subita; in questi casi
la costrizione è violenza.
In sostanza, considerando che ogni
persona può decidere di vendersi o trovarsi in difficoltà in ogni
momento, così come ogni persona può decidere di offrire denaro in
cambio di sesso in qualsiasi momento, siamo certi che è impossibile
applicare una legge che regolamenti o imponga come-quando-dove si può
vendere e comprare sesso, e soprattutto chi sia a vietarlo.
Qui
sappiamo che molti di coloro che stanno leggendo obietteranno che
vendere e comprare sesso è inaccettabile anche solo come espressione
linguistica.
Proprio per questo concetto morale, culturale,
ideologico-sociale che produce una forte stigmatizzazione di chi si
prostituisce, ed anche dei clienti, noi siamo contrari ad una
regolamentazione che inevitabilmente, costringerebbe chi esercita la
prostituzione a rendersi "riconoscibile", "visibile" in pubblici
registri o albi di vario genere.
Oltre a ciò noi siamo convinti che
un paese civile ed evoluto non debba istituzionalizzare la
prostituzione, ma debba saper trovare quegli strumenti che danno la
possibilità di superare il bisogno di prostituzione, ad esempio con
politiche culturali in grado di stimolare cambiamenti sociali positivi
come, ad esempio, l’educazione sessuale nelle scuole e con politiche
sociali che riducano le diseguaglianze fra cittadini.
Possiamo
andare in questa direzione solo decriminalizzando la prostituzione.
Intendiamo sottolineare che il solo aspetto criminale nella
prostituzione è lo sfruttamento che naturalmente va combattuto.
Decriminalizzare – depenalizzare la prostituzione deve significare
poter affrontare la questione con metodi nuovi, non repressivi, che
riconoscano la libertà di usare il proprio corpo, il diritto di
autodeterminazione sessuale, il rispetto dei diritti umani e civili, il
diritto della libertà di movimento.
Solo in un simile contesto è
possibile approntare politiche sociali che facilitino la convivenza fra
cittadini anche se diversi tra loro.
Inoltre, si può ridurre il
conflitto sociale che porta alla stigmatizzazione ed al razzismo nei
confronti di chi si prostituisce.
La legge Merlin
La
legge in vigore sulla prostituzione, legge Merlin, ha dei punti che
sono assolutamente irrinunciabili, ad esempio il divieto di schedare
chi si prostituisce e la necessità di rispettare la dignità e i diritti
umani e civili di chi esercita la prostituzione.
Perciò non va
azzerata, ma si deve partire da questa legge per migliorare le
condizioni di vita e di lavoro di chi esercita la prostituzione, e per
migliorare la qualità dei rapporti fra cittadini, sex workers e
istituzioni.
Depenalizzazione della prostituzione
LA PROSTITUZIONE NON è UN REATO
Su tutto il territorio nazionale chi la esercita può praticarla al chiuso o in strada.
Non si considerino più reati l’adescamento e il favoreggiamento.
DIVIETO DI QUALSIASI FORMA DI SCHEDATURA PER CHI SI PROSTITUISCE.
Non esistono ragioni plausibili che giustifichino controlli sanitari obbligatori né quindi una schedatura sanitaria.
Non ci sono ragioni che giustifichino una schedatura della polizia; pertanto va mantenuto il divieto per tali schedature.
Il
solo fatto di praticare la prostituzione non può essere motivo per la
limitazione dei diritti civili, né per perdere i diritti acquisiti per
i cittadini stranieri, o la libertà di movimento per chi è
tossicodipendente.
Va rispettato il diritto alla maternità.
Va sottolineato con forza che prostituirsi non è un atto criminale.
Organizzazione autogestita della prostituzione
Deve essere consentito il lavoro in casa.
Per casa si intende il luogo privato dove un numero massimo di tre sex-workers possono ricevere i loro clienti.
Deve essere consentita la Pubblicità.
Deve essere consentito contrattare i clienti in strada o in pubblici
locali senza limitazione di sorta, Fatto salvo il rispetto delle leggi
che regolano il vivere civile Cui devono attenersi tutti i cittadini
d’Italia.
LA PROSTITUZIONE NON DEVE ESSERE ORGANIZZATA O GESTITA DA TERZE PERSONE
Chi lavora nel commercio del sesso deve essere indipendente da
qualsiasi contratto, libero di negoziare direttamente e in prima
persona con il cliente le condizioni delle prestazioni e del compenso.
Per ragioni di sicurezza e di incolumità fisica deve essere consentito
l’uso dello stesso appartamento ad almeno tre sex-workers, ma non oltre
per non ripristinare dei veri e propri bordelli.
Va tenuto
presente che in questo commercio la possibilità di movimento è
importante e quindi non vanno posti limiti che impediscano alle persone
di trasferirsi ovunque nel paese, anche perché tali limiti sarebbero in
contrasto con i diritti civili garantiti dalla Costituzione.
Data
la peculiarità della contrattazione e dello scambio commerciale, non si
può certo determinare per legge dove tale contrattazione debba avvenire
in quanto due individui, in qualsiasi luogo si trovino, possono fare
quest’accordo; in tal senso una legge che vieti di contrattare in
strada o in pubblici locali sarebbe inutile e creerebbe il pretesto per
un ingiusto atteggiamento persecutorio.
Alcuni ritengono che
togliere le/i sex-workers dalla strada significhi metterli al riparo
dalla violenza e dal freddo. Naturalmente non è così. Se si vuole
salvaguardare chi si prostituisce dalla violenza bisognerebbe togliere
dalla strada i criminali e i delinquenti, così come si cerca di fare
per difendere tutti i cittadini. Inoltre molte persone non vogliono
rinunciare alla libertà di incontrare i propri clienti in strada o
semplicemente non possono (si pensi ai tossicodipendenti).
Non è
neppure vero che tutti i clienti preferirebbero i bordelli perché la
ricerca delle "lucciole" costituisce un rituale importante per molti.
Questi sono alcuni dei motivi che farebbero fallire una
regolamentazione al "chiuso".
Il rispetto delle leggi del vivere civile
Non
devono esistere leggi che puniscono gli atteggiamenti o i comportamenti
concernenti la prostituzione (come ad esempio l’adescamento).
I
codici prevedono già regole per la difesa della quiete pubblica, il
rispetto della morale e del pudore, la regolamentazione del traffico e
la viabilità ecc; pertanto la violazione di queste leggi può essere
punita, qualora ne esistano veramente le condizioni.
Qualora non ci
siano queste condizioni ogni forma di repressione è pretestuosa ed
ingiusta, e si può palesare un abuso di potere da parte dei tutori
dell’ordine.
La repressione indiscriminata, oltre che lesiva dei diritti dei cittadini, non è educativa né previene la trasgressione.
Naturalmente anche per il rispetto delle regole del vivere civile
sarebbero utili campagne di educazione rivolte non solo alle/i
sex-workers ma anche ai clienti e a chi passa solo per guardare!
Costoro hanno tanta parte nel fastidio provocato ai cittadini residenti
nella zona.
La prostituzione e le politiche sanitarie
Ogni controllo sanitario coercitivo è una violazione dei diritti umani.
Nessun obbligo particolare deve essere imposto per il fatto di
esercitare la prostituzione, a meno che non sia imposto a tutte le
persone sessualmente attive.
Poiché la salute è un bene
estremamente importante per tutti i cittadini e per la società,
riteniamo che tutte le persone economicamente svantaggiate debbano
avere accesso gratuito ai servizi sanitari pubblici, senza distinzione
di sesso – età – nazionalità. Particolare attenzione va dedicata ai
problemi della maternità e della contraccezione.
I consultori familiari devono essere un riferimento cardine per il benessere psicofisico delle donne e andrebbero potenziati.
In considerazione dell’alto numero di stranieri presenti nelle nostre
città, bisognerebbe utilizzare delle figure capaci di mediazione
culturale e linguistica all’interno dei servizi sanitari.
Le
sezioni di screening per l’HIV devono essere mantenute e potenziate, e,
come avviene ora, devono assicurare l’anonimato e la gratuità.
Andrebbero anche offerte con lo stesso metodo le ricerche per tutte le Malattie a Trasmissione Sessuale (MTS) ed epatiti.
Vanno attuate strategie perché le persone siano informate
dell’esistenza di questi servizi (è incredibile quanti ne ignorano
l’esistenza!).
Devono essere approntati Centri regionali qualificati per la preparazione alla rettifica del sesso.
Poiché crediamo nella giustizia sociale e nella possibilità di
raggiungerla, riteniamo che chi ha i mezzi economici per farlo debba
contribuire alle spese sanitarie; vanno quindi educati tutti i
cittadini a non abusare dei servizi riservati ai meno abbienti.
Prostituzione e aids
Malgrado
ci sia una pesante campagna che vuole dimostrare la responsabilità
della prostituzione nella diffusione dell’AIDS questo non è vero. In
diversi paesi occidentali sono state fatte ricerche sulla
sieroprevalenza fra le prostitute. Escluse le prostitute
tossicodipendenti che si sono infettate attraverso l’uso di siringhe
non sterili, fra le prostitute non tossicodipendenti la sieroprevalenza
in genere è bassa. Anzi, in alcune ricerche, le prostitute sono
risultate meno colpite delle donne non prostitute.
Le affermazioni
che le donne straniere sono affette da AIDS sono del tutto infondate;
infatti, nel nostro Paese non esiste nessuna ricerca che abbia
dimostrato questi fatti.
I soli dati sul numero degli stranieri
ammalati di AIDS sono stati raccolti in ospedali dove si sono rivolte
persone già gravemente malate, e questi non possono costituire un
campione da cui desumere dati percentuali applicabili alla popolazione
generale.
Nel Nostro Paese il preservativo è molto usato da chi si
prostituisce; dalla nostra esperienza, fatta sul campo durante i
programmi di prevenzione, emerge che anche le straniere li conoscono,
li comprano e cercano di usarli.
Purtroppo è il cliente che spesso
non vuole usare il preservativo e mette in pratica delle strategie per
ottenere il suo scopo: offre più denaro, minaccia di andare da un’altra
che lo fa senza preservativo, rompe il preservativo durante il rapporto
o lo sfila di nascosto ecc.. Naturalmente queste strategie non
funzionano con una professionista che non è facilmente ricattabile, ma
con una persona debole e inesperta, bisognosa di denaro per comprarsi
la droga o pagare gli sfruttatori, spesso l’obiettivo dei clienti è
raggiungibile.
Le associazioni delle prostitute e dei transessuali
hanno lavorato in questi anni per aumentare la consapevolezza del
rischio di contrarre le malattie sessualmente trasmissibili e per
incoraggiare le pratiche di sesso sicuro.
Crediamo di non
esagerare nell’affermare che nessuna persona, nei rapporti sessuali non
a pagamento, usa così sistematicamente il preservativo come fanno i/le
sex-workers nel loro lavoro.
Infatti in Italia, in quei casi in
cui si sono scoperti HIV + fra le prostitute, queste per lo più avevano
contratto l’infezione da partners non paganti.
Essere sex-workers non è di per sé un rischio, lo è avere rapporti non protetti.
Non è utile imporre controlli sanitari a chi si prostituisce;
innanzitutto si perderebbe il contatto con le persone più a rischio che
si dileguerebbero e sfuggirebbero a ogni controllo; inoltre si
creerebbe un clima di falsa sicurezza che porterebbe a rischiare di
più. E poi per non discriminare bisognerebbe controllare anche i
clienti e magari tutti i cittadini sessualmente attivi.
Ci pare più
saggio investire sulla prevenzione come abbiamo fatto noi in questi
anni e come suggerisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Servono programmi di informazione sulla prevenzione rivolta alle/ai sex
workers ma anche ai clienti e specialmente ai giovani che sembrano
essere più esposti al rischio dell’AIDS.
Ricordiamo che fare leggi
che costringano le persone che praticano la prostituzione alla
clandestinità, non fa che aumentare i loro bisogni e quindi a
peggiorare le condizioni di lavoro con il conseguente aumento di ogni
tipo di rischio.
Infine vogliamo ricordare la risoluzione WHA
45.35 dell’Assemblea dell’OMS che dichiara che non c’è nessun
fondamento logico sanitario per qualunque misura che limiti i diritti
degli individui, in particolare misure che stabiliscono screening
obbligatori. La risoluzione della Commissione per i Diritti Umani delle
Nazioni Unite 4/3/94 che ricorda che le misure anti discriminazione
formano parte integrante di una strategia di intervento efficace (in
tema AIDS).
Previdenza pensionistica e tasse
In
considerazione della tendenza generale a promuovere il privato le/i
sex-workers potranno stipulare contratti con compagnie private come
chiunque, al fine di ottenere una pensione.
Naturalmente, poiché
raramente c’è un'affinata educazione fra le/i sex-workers su questo
tema, bisogna includerlo fra i programmi di informazione.
Tasse
Poiché
ogni schedatura deve essere rigorosamente vietata, il solo modo di far
pagare le tasse sul reddito delle/i sex-workers consiste nel fare una
dichiarazione sul reddito presunto, salvo poi fare accertamenti sul
tenore di vita. (Una regola che in molti paesi europei vale per tutti i
cittadini). Forse si potrebbe incoraggiare il gettito sostenendo che
chi paga le tasse su questo reddito, lo rende automaticamente visibile
e accertabile; pertanto potrebbe in caso di contenziosi con compagnie
d’assicurazione vedersi riconosciuto un esatto valore dei danni subiti.
Lo stesso può valere nel caso di contenzioso sui clienti.
Bisogna essere consapevoli del fatto che al di là di ciò che è visibile
nella prostituzione, c’è un vasto ambito sommerso, e che un’imposizione
fiscale colpirebbe ingiustamente solo il reddito di una parte della
categoria, la più esposta, e si creerebbe così un’ingiustizia sociale.
Lotta allo sfruttamento della prostituzione
Lo sfruttamento della prostituzione è reato.
Esso è aggravato se viene imposto con violenza e ricatti ai danni di
persone socialmente e fisicamente "deboli" come ad es. minori,
stranieri, tossicodipendenti, persone con handicap e persone ridotte in
schiavitù o vittime della tratta.
Chiediamo che, in aggiunta alla
pena per lo sfruttamento, vengano usate le leggi del codice penale
(quali sequestro di persona, estorsione, associazione mafiosa ecc.) per
combattere i rackets e le mafie che sfruttano le persone vittime della
tratta.
Per incentivare la lotta alle organizzazioni criminali devono essere incoraggiate le denunce da parte delle persone sfruttate.
Allo scopo di ottenere i migliori risultati invitiamo ad offrire tutela
e benefici legali a coloro che denunciano gli sfruttatori, ad esempio
mediante la concessione del permesso di rimanere legalmente nel nostro
paese, se stranieri, o mediante la possibilità di accedere ad un lavoro
diverso, qualora non si desideri rimanere nel mercato del sesso.
È inoltre importante la tutela contro le rappresaglie della criminalità e l’erogazione di sussidi economici.
Lotta allo sfruttamento commerciale
In
questi anni, le/i sex-workers si sono sempre serviti per i loro
incontri con i clienti di pensioncine ed alberghetti, malgrado ciò
fosse proibito. Forse proprio per questo, i prezzi pagati ai "tenutari"
di questi locali sono sempre stati sproporzionati rispetto al servizio
da essi dato; basti pensare che se una/o sex-worker si reca per dieci
volte al giorno in una pensione, anche se utilizza la stessa stanza,
paga per dieci volte.
Spesso si tratta di una misera stanzetta che
al prezzo di mercato non vale più di 60/70 mila lire al giorno, e che
può invece rendere in questo modo anche 500.000 mila lire, naturalmente
senza che avvenga nessuna dichiarazione al fisco.
Lo stesso
sfruttamento avviene spesso anche quando si affittano monolocali o
piccoli appartamenti, che vengono usati per lavorare in casa propria; i
prezzi diventano molto più alti se il proprietario è a conoscenza
dell’uso "lavorativo" che ne viene fatto.
Considerando quanto
avviene, noi pensiamo che queste forme di sfruttamento, considerevoli
sotto il profilo economico, vadano combattute.
La nostra idea è che
di questi "alberghi a ore" debba essere incoraggiata la gestione in
forma cooperativistica dalle/i sex-workers. Ciò offrirebbe
considerevoli vantaggi:
-
La cooperativa di servizi potrebbe creare posti di lavoro, innanzitutto per chi vuole lasciare la prostituzione.
-
La qualità dei servizi potrebbe essere migliorata ed i prezzi riportati ad uno standard corretto che non sia di sfruttamento.
-
Gli
eventuali utili potrebbero essere impiegati per promuovere iniziative a
favore delle/i sex-workers, ad es. campagne informative sulla
prevenzione sanitaria, assistenza legale, finanziaria ed educativa in
genere. Inoltre potrebbero servire per finanziare programmi di
solidarietà e assistenza che facilitino il benessere psichico e fisico
delle/i sex-workers e delle/i ex sex-workers.
-
Le
coop garantirebbero una più trasparente contribuzione fiscale di quanto
non abbiano mai fatto questi albergatori fino ad oggi.
Naturalmente
questi alberghi non devono essere luogo d’incontro fra sex-workers e
clienti e non possono essere una casa d’appuntamento, ma solo
accogliere chi si è già incontrato altrove.
La prostituzione e le amministrazioni comunali
Poiché’
la prostituzione è una questione sociale che coinvolge tutti i
cittadini, nel rispetto e nell’indirizzo della legge dello Stato che
non la vieta le Amministrazioni Comunali devono assumersi la
responsabilità di affrontare le problematiche che si pongono attraverso
gli assessorati preposti alle politiche sociali-alla salute-alla
qualità della vita-alla gestione del territorio.
Per una civilizzazione del territorio e delle condizioni di lavoro e di vita.
Le Amministrazioni Comunali, con la collaborazione delle associazioni
di base che operano sul territorio, con la consulenza delle
associazioni delle/i sex-workers e il coinvolgimento di sex-workers ed
ex sex-workers, devono attuare programmi di supporto, prevenzione,
informazione, educazione, con l’obiettivo di creare un rapporto di
fiducia, di stimolare il dialogo e la comprensione fra le parti sociali
al fine di evitare le ostilità e promuovere fra i cittadini il rispetto
delle/i sex-workers e in generale il rispetto dei diritti di tutti.
Le amministrazioni comunali in Un’ottica non repressiva potrebbero
sperimentare con la collaborazione e l’accordo delle/i sex-workers
soluzioni nuove per il nostro Paese quali:
-
zonizzazione
-
aree pedonali
-
orari
-
e/o altre soluzioni innovative che migliorino la qualità della convivenza civile
La
zonizzazione non vuole significare quartieri a luci rosse, ma
semplicemente significa la possibilità di escludere il traffico in
alcune strade se particolarmente fastidioso.
Individuare anche con
l’aiuto delle/i sex-workers strade e piazze più adatte, oppure
consentire solo il passaggio pedonale o con limitazione di orari, anche
se in Italia c’è scarsa tradizione per queste forme.
Tali
sperimentazioni non devono essere mai sistematiche ma dovrebbero
riguardare quelle città che per numero di popolazione e intensità del
fenomeno si trovino in una situazione di emergenza.
Progetti pilota che coinvolgano le/i sex-workers potrebbero già essere
iniziati anche senza che sia modificata la legge Merlin.
Siamo contrari ai quartieri a luci rosse sul modello di Amsterdam,
Parigi ecc. perché creano una concentrazione ghettizzante del fenomeno;
inoltre questi quartieri non risolvono il problema dello sfruttamento
ma anzi rischiano di aumentarlo. Le/i sex-workers non potrebbero
sfuggire al ricatto di chi inevitabilmente controllerà gli affari,
forse anche con licenza legale.
Conclusioni
Alla
stesura di questo documento hanno collaborato delegati del Comitato per
i Diritti Civili delle Prostitute e del Movimento Italiano Transessuali.
Le considerazioni ed i suggerimenti espressi sono maturati dopo
un’attenta analisi della realtà odierna del mondo della prostituzione,
nel nostro Paese e dopo una profonda riflessione sulla prostituzione
comparando, anche, differenti modelli possibili.
Nel nostro Paese,
come negli altri paesi europei, la prostituzione scatena dibattiti
vivaci e a volte con cadute di stile da parte di persone insospettabili.
A molti piacerebbe mettere ordine e controllo in un campo un po’ troppo
sfuggente, ma osservando le diverse normative europee e la loro
applicazione, si può rilevare che quel controllo e quell’ordine non
sono è assolutamente raggiungibili.
Bisogna essere consapevoli che
ogni intervento in questo settore ha i suoi limiti; i problemi non
saranno mai risolti totalmente e non ci sono "ricette" di grande
successo.
Noi optiamo per un modello che rispetti la dignità di chi
si prostituisce e la sensibilità morale di molti cittadini. Soprattutto
auspicando un modello veramente attuabile e non funzionale ad un regime
autoritario.
Vogliamo anche mettere in guardia dalla tentazione di risolvere i problemi con metodi repressivi.
La REPRESSIONE fa "disapparire" il fenomeno, lo sprofonda nella
clandestinità rendendo più difficile qualsiasi intervento di
prevenzione ed aumentando enormemente lo sfruttamento.
Pordenone 1994
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