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APPELLO AI SINDACI

 

Nel presentare questo documento oggi agli autorevoli funzionari e amministratori dello Stato presenti intendo come rappresentante del Comitato per i diritti civili delle prostitute proporre un appello ai sindaci delle città.

 

Sempre più spesso dobbiamo constatare che iniziative di tipo repressivo vengono messe in atto a livello comunale contro gli attori della prostituzione (prostitute e clienti) con lo scopo di limitare il degrado delle città, il disturbo dei cittadini e il contrasto degli aspetti criminali. Misure che hanno il sogno recondito di eliminare la prostituzione. Ovviamente tutti possiamo avere dei sogni nel cassetto ma non avendo la bacchetta magica crediamo che si debba essere pragmatici e affrontare la realtà, in questo caso con politiche efficaci e sostenibili nel tempo, le politiche repressive sulla prostituzione oltre a  violare le libertà di chi la sceglie hanno dimostrato di non essere efficaci nel tempo.

 

Non mi limiterò in questo intervento a elencare problemi e suggerimenti che emergono dall’analisi del fenomeno fatta dalle sex workers su come esso si presenta attualmente e del contesto generale, del resto esistono già documenti presentati anche in questa sede e reperibili in internet al sito www.lucciole.org [1]. Bensì farò anche riferimento a studi e ricerche fatte da persone esperte in politiche sulla prostituzione e sulla tratta.

Sempre più frequentemente infatti nel nostro Paese abbiamo l’occasione di poterci confrontare fra operatori sociali, forze dell’ordine ed esperti che negli ultimi 12 anni hanno lavorato a vario livello in questo campo. C’è stato chi ha sperimentato interventi e chi ha studiato e valutato le sperimentazioni fatte.

Oggi non siamo più costretti a prendere iniziative empiriche senza ben conoscere gli effetti che produrranno, o peggio sapendo che si tratta di demagogia di scarsa efficacia.

Gli esperti ci indicano quello che brevemente definirei un decalogo delle buone prassi e che elenco per punti:

  • conoscere bene il fenomeno e il contesto della prostituzione prima di intraprendere iniziative per la gestione del fenomeno;
  • distinguere nettamente tra il fenomeno della prostituzione volontaria e il problema della tratta, sono fenomeni diversi che richiedono approcci differenti;
  • mettere sempre in atto politiche sociali in un’ottica di rispetto dei diritti di tutte le parti coinvolte e dove è possibile far partecipare “gli attori” del fenomeno per un efficace lavoro di comunità;
  • contrastare le reti criminali investendo sull’ investigazione anziché solo sulla repressione o sulla persecuzione generalizzata;
  • lavorare in rete fra settori coinvolti nel territorio e con professionalità altamente qualificate, evitando semplificazioni che sono inadeguate ad affrontare un fenomeno che si presenta complesso e mutevole.
 

In linea generale sono tre i modelli applicati negli anni recenti in Europa e che sono stati esaminati e valutati, non solo nel loro impianto legislativo, ma anche per la filosofia che li sottende e per l’impatto sul fenomeno della prostituzione, sugli effetti ottenuti e le ricadute sociali che ne conseguono. Esistono due studi presentati recentemente in Italia  i quali  mettono a confronto le leggi e le pratiche politiche applicate sulla prostituzione, riteniamo che questi studi debbano essere

   

presi in seria considerazione da chi ha l’onere di fare le leggi e le politiche del territorio relativamente alla gestione della prostituzione.[2]

Due esempi messi a confronto sono modelli legislativi applicati in Europa ma opposti fra loro: il modello neo-proibizionista svedese che criminalizza il cliente e il modello neo-regolamentarista  olandese che riconosce la professione di lavoro sessuale. Il terzo modello studiato è agito nell’ambito della nostra legge abolizionista e si tratta di una pratica di politiche sociali sulla prostituzione e tratta e di governo di questi fenomeni. Il quadro delle politiche sulla prostituzione attivate dalla Amministrazione di Venezia attraverso un Servizio Pubblico permanente è in grado di offrire un intervento di elevata qualità e altamente specializzato sia nell’aiuto da dare alle vittime della tratta che nel sostegno e nella prevenzione di chi si prostituisce per scelta. Con una partecipazione attiva alla lotta al trafficking e allo sfruttamento fatta dalle forze dell’ordine con la collaborazione anche degli operatori del servizio Comunale che assiste le vittime. Inoltre con un soddisfacente lavoro di comunità e di sensibilizzazione dei cittadini giunto fino a concordare un sistema di “zoning” che consente il rispetto delle diverse componenti sociali.

 

Ma vengo ora alla esperienza diretta delle lavoratrici e lavoratori del sesso e alle nostre aspettative in quanto cittadine/i o residenti nelle nostre belle città.

Parlo qui a nome di chi volontariamente sceglie di fare la prostituta/o dopo aver in libertà e coscienza valutato le proprie possibilità di inserimento nel mercato del lavoro, i propri desideri e le aspettative rispetto alla qualità della propria vita e eventualmente al proprio orientamento sessuale. Magari anche dopo aver intrapreso un percorso migratorio voluto e ottenuto a caro prezzo.

Noi non vogliamo essere considerati cittadini di serie B, non vogliamo essere considerati alla stregua dei criminali, non vogliamo vivere ghettizzati ed esclusi.

Desideriamo essere cittadine/i delle nostre città, con diritti e doveri come ogni cittadino/a, vorremmo avere la certezza di avere degli spazi dove poter svolgere la nostra attività senza subire aggressioni e senza essere perseguitate.

SICUREZZA è la parola magica che tutti gli amministratori invocano per rispondere all’Insicurezza percepita dai cittadini, insicurezza spesso dettata da paure alimentate ad arte da certi media o “predicatori” e che hanno come scopo l’aumento della fobia verso lo straniero, il diverso, la prostituta. Ma sappiamo che là, dove non si fa un lavoro culturale e di comunità, per debellare queste paure si è poi costretti a mettere in atto interventi repressivi contro il diverso di turno che diventa il capro espiatorio.

Se parliamo di aggressioni e violenze vogliamo anche noi lavoratori del sesso denunciare la mancanza di sicurezza, desideriamo come cittadini essere tutelati dalla criminalità. Come ogni cittadino desideriamo non avere limitazioni alla nostra libertà. Ci piacerebbe sentirci sicure mentre camminiamo per strada o lavoriamo nelle nostre abitazioni e non doverci guardare continuamente le spalle, o peggio pagare qualcuno perché ce le guardi. Ci piacerebbe sentirci meno precari, la precarietà è uno stillicidio che ci logora come per altri milioni di giovani e lavoratori anch’essi cittadini come noi.

Non confondeteci con le vittime della tratta, siamo precari ma non schiavi, e inoltre abbiamo diritto di parola. Negare la nostra esistenza semplicemente sostenendo che siamo tutte/i vittime equivale a toglierci la parola e la possibilità di autodeterminarci. Le nostre richieste dovrebbero essere tenute

   

in considerazione, desideriamo partecipare attivamente alle scelte di pianificazione delle politiche che ci riguardano, non è possibile che in uno stato democratico una parte di cittadini debbano essere 

criminalizzati per le loro scelte sessuali (alludo ai clienti) né che una parte venga negata o messa al bando per una scelta professionale  che si continua a ritenere “informale” o “anticonvenzionale”.

 

Ci piacerebbe che dopo svariati secoli delle più varie sperimentazioni che hanno portato la prostituzione dalla sacralità all’esclusione sociale, dai lupanari ai red light district, che in Italia si trovasse il coraggio di rispettare la libertà di scegliere questa professione e darci la dignità di lavoratori, consentendo l’uso di zone del territorio e delle città per l’incontro con i clienti,  città che sentiamo anche nostre e per le quali siamo anche disposte a contribuire in vari modi, come del resto nei secoli passati le prostitute hanno sempre contribuito, fra l’altro anche alla costruzione delle chiese di Paesi che si chiamavano allora Stato Pontificio o Repubblica Serenissima ecc…

Quindi suggeriamo alle Amministrazioni Comunali:

  • di attivare un intenso lavoro di riduzione del danno con Unità di Strada per la prevenzione sanitaria e per conoscere il fenomeno e il contesto in cui si deve agire,  per fugare le paure che derivano dalla “non conoscenza”,
  • individuare nel territorio più aree da destinare a “zoning flessibili” dove si possa liberamente incontrare la domanda con l’offerta, e dove ci siano i requisiti per proteggere l’integrità fisica delle/dei lavoratrici/ori del sesso,
  • costruire un sistema di rete che includa i diversi settori dei servizi per l’applicazione di politiche di inclusione, evitare le politiche repressive e demagogiche che alimentano l’odio e lo stigma contro le/i lavoratori del sesso.  
 

Roma 14 maggio 2007

  

  



[1] Documenti di Bruxelles Manifesto delle sex workers, Dichiarazione, Raccomandazioni, Bruxelles 2005;

[2] “Modelli legislativi nazionali e governo del fenomeno della prostituzione e della tratta nei territori urbani. Il caso di Venezia, Stoccolma ed Amsterdam2 a cura di F.Carchedi - V.Tola, Forum Italiano Per la Sicurezza Urbana, Parsec, giugno 2006;

Prostituzione e vita pubblica in quattro capitali europee, rapporto di ricerca per la Provincia di Milano sulle politiche sulla prostituzione locali a Stoccolma, Madrid, Parigi e Amsterdam, autori: Daniela Danna, Janine Mossuz-Lavau, Silvia Garcia e Jan Visser