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Il ministro Damiano:
serve una nuova legge
«La prostituzione va regolamentata, sono favorevole alle cooperative». Certo, Cesare Damiano dice di parlare a titolo personale, «da privato cittadino», ma la sua uscita di ieri alla Festa dell’Unità di Genova non può essere considerata una semplice chiacchierata estiva.
Il ministro del Lavoro, davanti alla platea diessina, parte dalla denuncia del problema: «Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questi fenomeni, non dimentichiamoci che stiamo parlando di essere umani, di persone violentate, torturate e alle volte uccise. Non possiamo tollerare ancora questa situazione». Quindi arriva la proposta: «Penso a una regolamentazione che consenta alle persone che scelgono questo mestiere di potersi organizzare, magari in cooperative, in luoghi che garantiscano protezione». Poi, quasi a voler mettere le mani avanti in vista di eventuali polemiche, spiega: «Mi rendo conto della delicatezza di questi discorsi, ma è molto meglio intervenire per regolamentare il fenomeno, per me prima di tutto conta salvare le persone e impedire che ci siano violenze e sfruttamento. Qui c’è di mezzo la persona umana, la sua integrità fisica e psicologica la sua sopravvivenza e tutte le conseguenze etiche e morali che sono correlate».
La proposta di Damiano, per quanto personale, ha un forte impatto politico e implica di fatto una revisione integrale della legge Merlin, che intervenne nel 1958 ad abolire proprio questo aspetto: la regolamentazione della prostituzione. Negli anni le critiche alla Merlin sono state tantissime: l’effetto più contestato della legge è la presenza di un continuo mercato del sesso nelle strade delle città, visto che la prostituzione non è reato. Se la posizione di Damiano, almeno per ora, non è quella del Governo, il ministro del Lavoro non è il primo a esternare su questo tema: intervenendo giovedì scorso alla Festa Nazionale dell’Unità di Bologna, Giuliano Amato aveva dichiarato: «Non è possibile proibire per legge la prostituzione, ma è assolutamente necessario toglierla dalle strade delle nostre città». Un proposito più generico, ma in linea con le parole del collega di governo.
Il dibattito sulla riforma della legge Merlin non è nuovo: nell’estate del 2000 un altro governo di centrosinistra, quello presieduto da Amato, aveva posto il problema. Anche allora in maniera piuttosto informale, intervenne Livia Turco, allora ministro della Solidarietà sociale, che propose di «destinare alcuni spazi delle città alla prostituzione e consentire l’esercizio alle lucciole all’interno delle case o magari con un esercizio cooperativo delle donne nella gestione». La Turco poi precisò di non volere la riapertura delle case chiuse, né l’istituzione di quartieri a luci rosse stile Amsterdam, ma soltanto una forma di tutela per le donne vittime del racket e dei cittadini che convivono ogni giorno con il mercato del sesso sotto casa. Si scatenò, comunque, un grande dibattito: favorevoli, contrari, entusiasti e indignati, poi però non se ne fece più nulla, se non l’istituzione di un numero verde di assistenza per le schiave del racket. Il problema si spostò più che altro sulla repressione dei clienti delle lucciole, il carcere ipotizzò qualcuno (sempre Amato e Violante) e protagonisti della lotta al fenomeno divennero i sindaci con ordinanze più o meno bizzarre.
Fonte: La stampa.it
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