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La solidarietà degli abitanti dei Caruggi genovesi: |
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«Stiamo con le lucciole»
23 agosto 2008| Simone Schiaffino
Dopo l'annuncio, da parte di palazzo Tursi, del giro di vite sulla
prostituzione, dopo la clamorosa controffensiva annunciata dalle stesse
professioniste (una manifestazione in piazza De Ferrari, con mascherine sul
viso e generosi decoltè esposti in corteo) ora è il momento della
solidarietà. Un gruppo di residenti, in un documento inviato alla portavoce
delle "lucciole" Penelope e, per conoscenza, anche al Secolo XIX, esprime
vicinanza e attestazione di stima per le donne che "fanno la vita" nei
caruggi. «Chiediamo alla giunta Vincenzi di riflettere meglio sulla
soluzione che ha tentato di dare al fenomeno, tutto genovese, dei "bassi"»
dice il comitato "Nati nei vicoli", rappresentativo di circa venti abitanti
del centro storico, di età compresa tra i 20 e i 40 anni.
Ieri pomeriggio, centro storico. Un coccodrillo appeso alla parete, qualche
soprammobile "etnico" spunta da mensole e ripiani. La luce, manco a dirlo, è
soffusa e rossastra. Siamo in un "basso", alle Vigne. Nel distretto a luci
rosse del centro storico. È il luogo di lavoro di Penelope, potenziale
portavoce (dopo gli articoli apparsi ieri sul Secolo XIX) delle lucciole
della città antica. Quelle che l'ordinanza della "sceriffa" Vicenzi vuole
sfrattare. O, al più, togliere dalla vista di tutti.
Penelope fa entrare nell'alcova l'obiettivo del fotografo. Sicura di sé, e
soddisfatta del modo in cui le sue dichiarazioni sono state riportate sul
giornale. La ribalta mediatica a cui l'ordinanza del sindaco - che
disporrebbe la chiusura coatta degli alloggi ad altezza strada, con la sola
prova dell'esercizio della prostituzione al loro interno - ha dato coesione
alla categoria. Ha creato un meccanismo di revanche. Un impulso di orgoglio
"consortile", verrebbe da dire.
«Adelante, adelante» fa strada Penelope. La "professionista" colombiana di
54 anni, residente a Genova e proprietaria dell'alloggio accetta di parlare,
a patto che il Secolo XIX non menzioni il punto preciso del suo "negozio
hard".
«Qui è tutto a norma. Pulito, funzionante, sicuro. L'impianto elettrico è
stato revisionato - dice la donna, indicando il "salvavita", che fa capolino
su una parete, seminascosto da pomate lubrificanti e oli per massaggi -. Gli
scarichi dell'acqua sono ok: ho avuto l'ispezione dei tecnici comunali pochi
giorni fa. Qui gli accertamenti sono molto frequenti...». C'è un motivo:
fino ad oggi l'espediente dell'amministrazione per chiudere i "bassi" era
stata l'irregolarità sanitaria, il profilo dell'abitabilità dei locali ad
altezza strada. Da settembre, come detto, il decreto Maroni ha fornito ai
primi cittadini nuovi strumenti, le ordinanze legate al "decreto sicurezza",
che sembrano avere la fantasia come unico limite.
«Non mi interessa - taglia corto Penelope - da qui non ci mandano via.
Almeno noi, privilegiate: che godiamo di cittadinanza italiana e casa in
proprietà». Mentre parla al cronista arrivano i ragazzi del comitato "Nati
nei vicoli", con un documento in mano. «Prenda prenda - dice uno dei
giovani - qui c'è la nostra opinione di abitanti del centro storico. Le
"ragazze di vita" tengono puliti i vicoli, lontani ladri e spacciatori. I
"bassi" sono a norma: il problema è morale, non di sicurezza. L'Italia
dimostra un bigottismo disarmante nei confronti dell'esercizio della
prostituzione. Siamo con loro - concludono i giovani del comitato - e ci
saremo anche quando andrà in scena la manifestazione di settembre. Quando le
lucciole usciranno allo scoperto, in corteo».
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