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Ammiravamo molto Roberta Tatafiore PDF Stampa E-mail
Ammiravamo molto Roberta Tatafiore, la giornalista, la scrittrice, l’intellettuale appassionata e lucida, e soprattutto l’amica allegra e affascinante che aveva tanto sex appeal da essere scambiata per una lucciola quando venne al Convegno sulla prostituzione a Pordenone.
Conobbi Roberta quando venne a Pordenone inviata di Noi Donne per una inchiesta sulla nascita del  Comitato, era il 1983. Subito fra di noi si instaurò un rapporto di grande simpatia e complicità, ne fui sorpresa, la trovavo molto diversa dai tanti giornalisti che incontravamo in quei giorni. Roberta voleva sapere di noi e delle nostre idee, ma ci portò anche un pezzo di storia che a noi era sconosciuta e che riguardava le lotte di altre prostitute in altri Paesi.

Parlare con lei per noi del Comitato fu come aprire un’enciclopedia sulla prostituzione e sul lavoro sessuale, sulle politiche prostituzionali e sulla ribellione dei collettivi delle prostitute francesi, sulla organizzazione delle prime associazioni  tedesche e olandesi. Era preparatissima sul tema,  come avrei scoperto più avanti si documentava in profondità sugli argomenti di cui scriveva. Le era sconosciuta la superficialità quando scriveva .

L’imput che ci venne da quel primo incontro e dai molti altri che avremmo avuto successivamente fu fondamentale per noi, un imprinting libertario che avrebbe influenzato le nostre rivendicazioni e le nostre analisi sul lavoro sessuale. Il suo pensiero e le sue analisi diventarono per noi il terreno di confronto, non di assimilazione ma di elaborazione e di crescita del nostro pensiero e della nostra crescita politica.

Roberta era una femminista e questo affascinò me e Carla che pur considerandoci noi stesse donne libere e femministe non avevamo in realtà mai frequentato i collettivi degli anni ’70. Ci chiarì fin da subito che non esisteva un movimento femminista con un unico pensiero e che sulla prostituzione avremmo trovato posizioni molto diverse.

Da lei imparammo il linguaggio del femminismo, fu lei che ci fornì gli strumenti di conoscenza che ci servirono durante i primi confronti e anche durante gli scontri con quelle femministe che ancora oggi negano l’autodeterminazione delle sex workers. Le cosiddette vetero femministe, ne incontrammo molte e se ne incontrano ancora.

Ancora oggi pronte a stigmatizzare non solo il lavoro sessuale ma anche chi come Roberta Tatafiore ha osato elaborare un pensiero differente infatti c’è chi la ricorda definendo “trionfalistico” il suo pensiero sul sesso al lavoro.

Diventammo amiche e insieme ci buttammo nell’avventura di “Lucciola” un giornalino di cui fu la prima direttrice fatto con l’ARCI all’inizio, poi una rivista. Senza dubbio fu totalmente di Roberta il merito di aver fatto quel giornale. Altre giornaliste del Manifesto[1] collaborarono attivamente alla realizzazione di quel giornale, ma se non ci fossero stati l’entusiasmo e il coraggio di Roberta non so se avremmo mai cominciato quell’avventura.

Con lei le discussioni erano spesso interminabili, a volte partivamo su posizioni diverse, entrambe curiose del pensiero dell’altra, dopo ore ci interrompevamo esauste ma divertite e solide sulle nostre posizioni. Fu così anche quando decise di allontanarsi dalla sinistra e cominciò ad aderire alle posizioni liberiste, si definì liberal nel modello americano, in un giorno che andai a trovarla nella sua vecchia casa romana. Mi opposi al suo convincimento, mi disse che non capivo. Ricordo che provai molta amarezza, era una cara amica ma improvvisamente la sentii lontana, ci separava una distanza politica e mi sono sentita un po’ abbandonata. Ma ci siamo riviste e abbiamo ancora discusso poi delle politiche sulla prostituzione, proprio lo scorso autunno abbiamo passato un pomeriggio da vecchie amiche nella sua nuova casa con la vecchia gatta che ci ascoltava. Era contenta Roberta dei cambiamenti della sua vita, ma lei quanto me era scontenta di come si stavano mettendo le cose in Italia. Troppo illiberali le politiche per entrambe. Ebbi la sensazione di avere ritrovato una vicinanza anche politica. Si decise che ci saremmo riviste a Pordenone. Non ci vedemmo, la sentii al telefono quando mi preparavo ad andare all’audizione in Senato per la legge sulla prostituzione a febbraio, citavo un suo vecchio scritto nel mio intervento, avrei voluto farglielo leggere. Gaiamente mi disse che era in Svizzera ma che appena tornava ci saremmo sentite. Non ci sentimmo più. “Ora mi sento veramente abbandonata amica mia”. Come ognuno Roberta aveva delle fragilità ma come sempre ha trovato grande coraggio e determinazione nell’affermare la propria scelta e certamente nessuno avrebbe potuto controbattere alle sue ragioni in maniera di convincerla del contrario.

Non conosco le ragioni del suo andarsene così presto e così in fretta, come in passato ho una grande curiosità per il suo pensiero e spero di poter leggere presto il suo diario. Forse anche questa volta non capirò e mi sentirò confusa e totalmente alla deriva, messa di fronte al più enigmatico degli eventi della vita: la morte.

Spero che la lucidità di analisi di Roberta contribuisca ad illuminarmi sulla “morte libera” per libera scelta e come ulimo pensiero cosciente.

Pia Covre 


 
[1] Norma Rangeri, Paola Tavella, Stefania Giorgi, Marina Cavalieri e infine l’ultima direttrice fu Maria Adele Teodor.