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Un disegno di legge nato senza consultare le tante associazioni che da anni sono impegnate a fianco delle prostitute; l’ambiguità di una norma che vieta la contrattazione in strada e non si esprime su quella “in casa”; l’idea, discutibile, secondo cui la prostituta è sempre e solo vittima; intervista a Pia Covre e Carla Corso.
Pia Covre e Carla Corso, prostitute, hanno fondato l’Onlus Comitato per i diritti civili delle prostitute. L’intervista è stata raccolta mentre il Ddl era in discussione.
Voi siete molto critiche sul disegno di legge “misure contro la prostituzione” a firma del ministro per le pari opportunità Mara Carfagna. Potete spiegare?
Pia. Non appena il nuovo governo si è insediato, già a maggio, molti sindaci hanno portato avanti tutta una serie di richieste. Il problema della prostituzione è molto sentito nelle città per cui è comprensibile che si cerchi in qualche modo di arginarlo. Fanno storia le ordinanze del sindaco di Rimini nel ’95 e quella del sindaco di Padova che hanno cercato una soluzione attraverso la normativa per il traffico e le auto.
Bisogna sapere che il pacchetto sicurezza di Maroni ha dato molto potere ai sindaci consentendo loro di trovare soluzioni autonomamente quando i problemi hanno carattere emergenziale; la prostituzione è considerata tra questi. Per cui in tante città i sindaci -in anticipo sul ddl- hanno emesso ordinanze di contrasto alla prostituzione all’insegna della sicurezza urbana. Di qui le multe portate a livelli elevatissimi e l’emissione di provvedimenti che, a nostro avviso, vanno oltre le loro competenze. Noi pensiamo che siano anticostituzionali e abbiamo presentato dei ricorsi. Che le ordinanze non siano legittime lo pensano anche i nostri avvocati e l’Asgi.
Già a giugno, quando abbiamo visto che piega prendevano questi provvedimenti, noi e le altre associazioni che da anni lavorano su progetti contro la tratta di esseri umani e a sostegno delle donne trafficate, abbiamo deciso di metterci assieme.
I progetti di cui parlo sono finanziati da un’apposita legge, che prevede anche l’articolo 18 che dà il permesso di soggiorno alle vittime della tratta. E’ la legge fatta da Turco e Napolitano nell’ambito del pacchetto sull’immigrazione.
Dal 2000 si è creata una grossa rete di associazioni di volontariato ma anche di enti locali che hanno avviato tutta una serie di interventi di strada, di contatto con le donne e di sostegno e accoglienza delle vittime. Un lavoro molto utile, di riduzione del danno e di sostegno alle donne più sfortunate. Durante il governo Prodi, per volere del sottosegretario Amato, era stato istituito un osservatorio sulla prostituzione presso il Ministero dell’Interno: si chiamava “prostituzione e fenomeni criminali correlati”. In quell’occasione eravamo stati tutti invitati a esprimerci sulle possibili politiche di intervento. Anche loro puntavano a preparare il pacchetto sicurezza che però poi non venne votato. Quindi ci fu una discussione durata alcuni mesi, in seguito alla quale si arrivò a una proposta di compromesso, di mediazione con le varie associazioni. Ne facevano parte la Caritas, il gruppo Abele, alcune associazioni cattoliche e molte altre laiche. I cattolici non volevano cambiare la legge Merlin quindi ci si era accordati sulla proposta di dare la possibilità ai sindaci di vietare la prostituzione in alcune zone della città e di individuarne altre dove potesse essere tollerata.
Ovviamente sarebbero stati avviati progetti di intervento sul territorio con unità di strada, operatori sociali, per non lasciare queste zone abbandonate. Dall’altra parte si chiedeva una decriminalizzazione del favoreggiamento e un miglioramento delle condizioni generali per chi sceglieva di fare questo lavoro. Non si parlava dei diritti del lavoro di prostituzione perché non si poteva, però si parlava della prostituzione al chiuso e si chiedeva che per le donne che lavoravano in compagnia di una collega per sostenersi a vicenda, non venisse applicato il reato di favoreggiamento.
Si trattava di un passo avanti importante, perché attualmente puoi lavorare in casa solo se sei sola, altrimenti diventa una casa di prostituzione e vai contro la legge. In quella sede c’era stata l’opportunità di conoscerci tra le varie ?realtà impegnate su questo fronte, per analizzare insieme i problemi e fare rete. Tant’è che abbiamo continuato a incontrarci e confrontarci anche successivamente, con l’insediamento del nuovo governo.
A giugno tutte queste associazioni hanno cominciato a stilare un documento comune in linea con quanto elaborato per l’Osservatorio, poi presentato al governo, a tutti i ministri, avanzando proposte che a noi sembravano ragionevoli. Tra chi aveva elaborato il testo e chi l’aveva sottoscritto eravamo più di cento associazioni. L’idea era quella di mobilitarsi per arginare il fenomeno della prostituzione in alcune zone delle città, quelle più sensibili, senza però vietarla in tutta la città.
Non siete però state prese in considerazione. Possiamo entrare nel merito della proposta di legge?
Non c’è stata una risposta e non abbiamo avuto nessun incontro con i ministri. La ministra Carfagna ha detto che non avrebbe incontrato le associazioni. Alla fine ha incontrato solo la Giovanni XXIII° che però non aveva sottoscritto la proposta, perché in disaccordo.
Così, attraverso la ministra Carfagna, il governo di fatto si è confrontato solo con don Benzi e non con tutte le altre realtà e ha fatto questa sua proposta di legge che si riassume in quattro punti. Uno è che contrattare una prestazione sessuale a pagamento, in qualsiasi luogo pubblico o aperto al pubblico diventa presupposto di reato, è quindi proibito.
Già qui c’è un’ambiguità perché paradossalmente non viene detto nulla sulla possibilità che la contrattazione avvenga in casa. In pratica si crea questa situazione: se tu fai questi accordi in un luogo pubblico, è illegale, se lo fai in privato e magari lo pubblicizzi pure con degli annunci, lo puoi fare o almeno la legge al proposito non dice nulla. Secondo l’Asgi questo è anticostituzionale.
Viene poi aumentata la pena per lo sfruttamento e soprattutto per le associazioni a delinquere e sfruttamento dei minori.
Tra parentesi, va detto che c’è già un disegno di legge sui minori, per gli abusi e le violenze sessuali. Insomma, non era necessario aumentare queste pene.
In più viene dichiarato che saranno previste delle corsie preferenziali affinché questi ragazzini possano essere rimpatriati il più velocemente possibile, per essere riconsegnati alle famiglie di origine. Questo è in netto contrasto con la legge sull’immigrazione che prevede la tutela dei minori, dichiarati inespellibili.
Quel che è più grave è che l’associazione per delinquere non la applicano più solo sullo sfruttamento, ma anche sui reati di favoreggiamento e agevolazione della prostituzione. Un provvedimento di questo tipo va a colpire anche me e Carla, nel caso decidessimo di agevolarci perché facciamo lo stesso lavoro.
Quarto punto: elimina dalla legge Merlin l’articolo 5 che è quello che prevede il divieto di schedatura, cioè che impedisce, oggi, alla polizia di schedarci e di registrarci e di sottoporci a controlli sanitari obbligatori.
Questa è la legge della Carfagna. Per noi ovviamente è inaccettabile, intanto per principio, perché viola la nostra libertà, ma anche perché non c’è alcun riconoscimento del nostro lavoro, non si dice nulla sulla cogestione delle case, sulla prostituzione al chiuso, su chi può farlo e come.
L’iter è cominciato. Le commissioni Giustizia e Affari sociali si sono riunite. Noi abbiamo chiesto di essere convocate. Anche se dopo la questione dei Tar, è auspicabile che prima facciamo il punto della situazione tra di noi.
Qual è la questione dei Tar?
Noi abbiamo presentato due ricorsi, uno a Roma e uno in Veneto. Al Tar di Roma contro l’ordinanza Alemanno e al Tar del Veneto contro l’ordinanza del sindaco di Verona. Sono due ordinanze diverse perché quella di Roma è stata fatta con più cura, a dir la verità. Resta comunque attaccabile perché travalica ciò che la nostra Costituzione considera legittimo, oltre tutto noi abbiamo fatto ricorso anche contro il Decreto Maroni da cui l’ordinanza prende il via. L’ordinanza di Verona invece è stata emessa due giorni prima del Decreto Maroni e quindi il sindaco si è preso i poteri prima ancora che gli fossero stati concessi dal decreto e poi l’ha molto raffazzonata: dal punto di vista giuridico è poco rigorosa.
Ebbene, noi, insieme ad altre due associazioni romane, un’operatrice e una donna che era stata sanzionata, abbiamo presentato un ricorso a Roma, senza focalizzarlo sulla multa ma incentrandolo sul fatto che tali ordinanze ostacolano la nostra attività di associazioni, rendendo difficile attuare interventi di strada in aiuto alle donne sfruttate.
Questo è un nodo importante perché in base all’ordinanza Alemanno nessuno può andare in strada a parlare con una prostituta. Questo non solo, appunto, ci impedisce di fare il nostro lavoro, ma è anche una violazione di norme costituzionali sulla libertà di comunicazione, di socializzazione. Abbiamo sollevato tutte queste problematiche, ma il Tar non è voluto entrare nel merito, è voluto uscire con una sentenza subito, senza concedere la sospensiva. Ne è risultata una sentenza, come dicevo, molto sociologica, che non entra nel merito delle questioni giuridiche. Riteniamo quindi che sia una risposta politicizzata. Al Tar del Veneto abbiamo ritirato l’opposizione contro il decreto Maroni e abbiamo lasciato solo il ricorso contro il sindaco. L’abbiamo presentato perché a Verona io ero stata diffidata dal parlare con le donne che lavoravano in strada. L’ho presentato io e per coadiuvarmi si è unito anche il Comitato per le prostitute. Ebbene, lì il Tar ha deciso di accettare la sospensiva perché reputa che effettivamente questa ordinanza, prevedendo nella sua applicazione delle sanzioni, potrebbe pregiudicare la libertà delle persone, anche con danno non più sanabile.
Ora non so cosa faremo, gli avvocati studieranno le carte, faremo ricorso al Consiglio di Stato.
Io personalmente credo non abbia senso emettere delle ordinanze a cui noi puntualmente facciamo ricorso. Penso che il fatto che il Tar si esponga, faccia una sentenza del genere, significa che qualche dubbio sulla legittimità di quello che sta facendo il sindaco c’è.
Il fenomeno della prostituzione non si può risolvere così, non si può annullare o tentare di cancellarlo, si può solo cercare di governarlo. Continuare a emettere ordinanze proibitive è una strada senza uscita, perché noi continueremo a presentare ricorsi e così si finirà con l’intasare i tribunali di tutta Italia.
D’altra parte è questa opzione politica che porta a fare muro contro muro, a procedere di ricorso in ricorso con chili di carta bollata e senza alcuna prospettiva.
Occorrerebbe invece lavorare seriamente per preparare un piano per il controllo della prostituzione. Questo disegno di legge non affronta minimamente il fenomeno, si limita a tirare via un po’ di roba dalla strada e buttarla sotto il tappeto, punto. Dopo di che, i sindaci delle varie città si ritroveranno a dover gestire lo stesso fenomeno semplicemente in un’altra zona della città.
Inutile dire che dal punto di vista delle prostitute quel ddl è criminogeno, è molto grave, perché parla di sanzioni amministrative e anche di carcere. Ora al di là della difficoltà di applicazione, questa legge trasforma un reato che poteva essere soggetto all’applicazione di una piccola sanzione amministrativa, in un contesto criminale facendolo diventare un reato penale.
Carla. Trasformano una situazione di legalità -adesso prostituirsi non è un reato, è lecito, è solo moralmente illecito- in un reato penale e così tu prostituta diventi una persona che delinque. Questa è la cosa più grave.
Pia. Non sono solo le prostitute ad essere criminalizzate, ma anche i clienti ed è un percorso infinito. Questa situazione ce l’avevamo già negli anni ’80 quando venivano emessi tantissimi fogli di via per le donne. Era un atto amministrativo, ma se lo violavi diventava un atto penale, un precedente, con un processo e poi una condanna. E infatti tutte avevano una fedina penale incredibile, solo per la violazione dei fogli di via.
Voi sostenere che per affrontare il problema bisognerebbe partire dalla mappa della città.
Pia. Certo, il fenomeno ha subito una evoluzione che è fortemente impattante sulle nostre città, perché siamo passati da poche migliaia di prostitute a qualche decina di migliaia. E’ evidente che in alcune strade dove ci sono abitazioni e finestre aperte d’estate e un gran via vai d’auto, se anche le donne si comportano educatamente, sono i clienti a strombazzare e a fare di tutto e di più, creando un grave disagio.
Teniamo poi presente che almeno il 20% delle prostitute sono assoggettate a una condizione di non libertà e anche quelle un po’ più libere devono comunque pagare qualcuno per poter stare sul marciapiede, per cui parliamo di situazioni che fisiologicamente si portano dietro un certo tasso di criminalità.
Per questo noi sosteniamo l’importanza di una lavoro nella strada, con la presenza di operatori sociali, così da attivare un lavoro di prevenzione sanitaria e di informazione del danno, per far conoscere alle donne quali sono le loro condizioni e i loro diritti.
E’ importante anche costruire un percorso di mediazione dei conflitti con i cittadini, anche con l’obiettivo di individuazione delle zone.
Un grosso problema è anche l’alta mobilità del fenomeno della prostituzione, che rende tutto più difficile, perché è quasi impossibile contattare, agganciare e poi convincere donne che cambiano continuamente strada o quartiere.
Perché le prostitute tendono a cambiare posto?
Pia. Si spostano perché devono scappare continuamente da tutto: in primis dalle sanzioni della legge sull’immigrazione, ma anche dalle retate della polizia.
Ora, le retate non sono buona politica dal punto di vista della gestione del fenomeno, perché se tu svuoti una strada dopo tre giorni -se il posto è buono per il mercato- si riempie di nuovo. Mandare via le prostitute che si sono insediate in un posto significa fare spazio per altre nuove che arrivano, che non conosci, e che si portano dietro altri nuovi trafficanti.
Dopo le nostre battaglie nell’82 e ’83, non hanno più mandato via le prostitute. Qui non si è toccato il mercato locale, abbiamo ancora le vecchie prostitute come me che lavorano, non sono più tanto appetibili e quindi non c’è tanto via vai, ma non sono mai arrivate le nuove.
Controllare il territorio per noi significa anche questo: rendere il più stanziali possibili le prostitute, quelle con cui lavori e mantieni i rapporti.
Sì, anche le prostitute possono collaborare al controllo del territorio.
E’ quello che stiamo cercando di far capire a Genova, dove vogliono cacciare le prostitute dai bassi, dai carrugi. L’assessore alla sicurezza ha rilasciato dichiarazioni tremende. Ora ci stiamo battendo affinché questo non accada. Anche alcune donne dei carrugi si sono unite a noi.
Potete raccontarci dell’esperimento in corso a Genova, dove comunque c’è una giunta di sinistra?
Sì, ma guarda che sono tutti uguali, sia di destra che di sinistra.
Allora abbiamo fatto questo incontro attorno a un tavolo con l’assessore alla sicurezza e quella delle pari opportunità. Lì c’era già un progetto del Comune e della Provincia per aiutare le donne oggetto di traffico, quindi parliamo di un comune già sensibilizzato e in parte attivo su queste problematiche.
Bene, noi abbiamo cercato di spiegare: “Guardate che questa cosa non funziona. Molte di queste prostitute praticamente vivono là da sempre. Cerchiamo di fare una mappatura sociale vera. Ognuna di queste donne che ha un basso, che magari ci vive, quanti ne mantiene in famiglia? Se voi la sbattete fuori, perderà il lavoro, il che significa che poi dovrete pensare al suo mantenimento, perché sono donne povere, non hanno messo da parte dei capitali, per cui quale costo sociale avrà per voi?”.
Allora ci hanno chiesto di preparare un progetto, abbiamo incontrato anche i cittadini, perché lì c’è un comitato molto attivo, formato da quelli che comprano le case in centro storico perché lo trovano “così pittoresco”, però poi vogliono cambiare tutto quello che c’è sotto. Ma così non sarà più tanto pittoresco, no?
Comunque adesso abbiamo degli incontri programmati con l’assessore e lui ci ha promesso che finanzierà un progettino. Noi vogliamo fare un esperimento per mantenere quello che c’è, fare una mappatura di quello che c’è e ottenere un cambio di destinazione di uso, perché gli edifici sono accatastati come magazzini. Per questo possono svuotarli, perché non è consentito mettere letti e divani in un magazzino.
Noi non chiediamo che li trasformino in abitazioni, ma che almeno quelli ristrutturati (e ce ne sono di carinissimi) possano rimanere per le donne. Così come danno la licenza al ciabattino, al barista, a chiunque abbia lì un’attività da tempo, devono essere considerate anche le attività di queste donne che mantengono famiglie e figli, quindi chiediamo che da magazzini diventino studi o ateliers. A Parigi si chiamano tutti studiò e così faremo anche noi.
Tra l’altro città come Genova, ma anche Venezia, Napoli, Bologna, hanno una storia sulla prostituzione. Gli storici potrebbero raccontarla e recuperarla. Questo per rivalutare la figura della lavoratrice del sesso, che è sempre stata utile in questa società: è servita a mantenere i matrimoni quando erano insolubili, quando non si poteva cambiare partner facilmente; ha mantenuto le regole sociali, ha rappresentato comunque uno sfogo per certe situazioni e serve anche oggi per tante persone che hanno problemi a relazionarsi con gli altri.
Poi ci sono gli handicappati. Io ricevo molte lettere o mail da persone con problemi che mi dicono: “Ma come facciamo noi con queste leggi, con le ordinanze dei sindaci? Non possiamo più andare neanche con una prostituta, rischiamo di beccarci una multa!”.
Credo che la prostituta vada valorizzata, non è una figura deteriore della nostra società, è una figura che fa parte della nostra società.
Questo stigma va abbandonato, è ingiusto continuare a pensare che la prostituta sia una persona che porta un disvalore, oggetto di un rifiuto sociale. Perché allora non recuperare la storia di alcune città?
A Genova ci sono stati periodi segnati da una grande tolleranza, in cui comunque il centro storico ha vissuto e convissuto con le sue prostitute, anche fianco a fianco e le prostitute innegabilmente hanno fatto un lavoro di controllo sul territorio che ancora resiste. Gli scippatori, gli spacciatori, i piccoli criminali vengono tenuti lontani dalle prostitute.
Si potrebbe pensare a progetti come il Pic in Olanda, un centro di informazione sulla prostituzione che sta di fronte a una chiesetta a Amsterdam ed è gestito da ex prostitute. Hanno un programma di informazione per i turisti o per i clienti. Puoi fare una visita guidata al quartiere a luci rosse, sono accessibili dei libri sul tema e vendono una serie di gadget. Tutto questo contribuisce a una normalizzazione di un fenomeno che comunque esiste e non è eliminabile. E’ pertanto inutile cercare di nasconderlo o renderlo proibito, con tutto questo alone attorno.
Quali sono i numeri della prostituzione in Italia?
Pia. Il fenomeno è diventato molto visibile nelle strade negli ultimi dieci, quindici anni, ma prima eravamo quattro gatte, calcolavamo di essere circa cinquemila. Adesso siamo sicuramente cinquantamila, di cui metà in casa e metà in strada.
Non sono numeri esagerati: in Germania sono quattrocentomila secondo le ricerche. Allora qual è il problema? Il problema è che in Germania c’è una regolamentazione ma c’è anche un riconoscimento del lavoro. Ci sono alcune situazioni protette, forse anche meno libere. Ora, io non voglio dire che quella sia la panacea, però per una persona che decide di fare la prostituta, specie se solo occasionalmente, casomai in un momento di crisi (fenomeno che sta aumentando) dobbiamo dare qualche diritto, qualche certezza in più.
Il riconoscimento dello status di lavoratrice potrebbe aiutare queste donne a sentirsi cittadine a tutti gli effetti. Una persona in uno status illegale innesca una serie di pratiche illegali, come la necessità di avere un prestanome per poter affittare un appartamento, che poi significa anche spendere tre o quattro volte di più. Non essere in regola, poi, vuole dire anche essere sempre ricattabile, quindi lavorare di nascosto, con pessime contrattazioni con i clienti, perché non c’è la libertà di scegliere. E poi c’è la paura costante per cui molte donne non vanno nemmeno a farsi i controlli sanitari.
La questione dei controlli è importante, è vero che garantiamo la salute dei cittadini irregolari, ma quando una donna va a fare l’aborto e poi si trova la polizia fuori che la arresta perché irregolare, si sparge la notizia e allora le altre non rischiano più. Mantenere questa situazione di irregolarità non impedisce alle donne di fare le prostitute, semplicemente le mette in una condizione di grave disagio e anche pericolo.
C’è un’ala dura del femminismo che vorrebbe proibire la prostituzione. Voi cosa ne pensate?
Pia. E’ sempre esistito questo movimento femminista proibizionista che vanta molte donne svedesi. In Svezia poi sono andate al governo e hanno fatto una legge sulla criminalizzazione dei clienti. Sono cattive da morire. Dalla Svezia questa cultura, questo approccio, si sta espandendo perché la stessa legge è stata approvata anche in Norvegia a gennaio di quest’anno.
Per quanto la Norvegia avesse realizzato una ricerca sull’applicazione della legge svedese, bocciandola di fatto. E’ stata in parte adottata anche in Finlandia e probabilmente lo sarà in Danimarca. Sono le donne svedesi però che hanno avviato questa cosa, sostenendo che la prostituzione è ormai solo traffico di esseri umani e quindi occorre eliminarla.
Parliamo di duemila prostitute perché questi sono i numeri in Svezia; molte sono straniere e vengono dai paesi baltici. Sostengono poi di non avere fatto una legge contro le prostitute ma contro i clienti: comprare sesso è reato; i clienti sono paragonabili ai trafficanti perché comprano delle persone che sono trafficate e quindi diventano automaticamente dei complici. Ma questo vuol dire non distinguere la differenza tra l’autodeterminazione e la coazione.
In pratica le donne che si prostituiscono sono assimilate a dei minori…
Pia. Sì, a un minore mentale. Io non capisco la loro ottica, la loro filosofia. Sono convinta che comprare sesso sia un cosa normale tra adulti consenzienti, che sia dunque un mio diritto. Io sono contenta di vivere e di guadagnare così. Non mi sento affatto lesa nella mia dignità. Paradossalmente sono loro a togliermi dignità considerandomi esclusivamente una vittima di violenza e non invece una donna libera. E’ come non riconoscere la capacità di intendere e di volere delle donne.
Tu ti consideri femminista?
Pia. Sì, mi considero femminista, ma naturalmente secondo loro non lo sono. Io penso che l’uomo non debba avere su di me dei diritti, neanche il sesso lo deve avere gratuito. Io mi considero alla sua pari e anzi se posso mi avvantaggio un po’ del fatto che lui abbia un sentimento di debolezza nei miei confronti. Il mio modo di relazionarmi all’uomo sottintende che ogni cosa ha un valore e quindi anche il sesso per cui me lo devi pagare, non puoi averlo gratis solo perché mi fai due complimenti e mi dici che sono carina.
Questa è la logica: far pagare tutto e quindi anche i rapporti sessuali. Non vedo nulla di strano nel fatto che questo possa essere trasformato in un lavoro: andare in fabbrica o fare le pulizie sarebbe senz’altro più pesante. Io trovo più piacevole avere degli incontri dove offro un po’ di compagnia, un po’ di sesso, e guadagno dei soldi.
Se posso dirlo: il rapporto lavoro, guadagno e tempo libero è impareggiabile!
Insomma, io credo che questo sia un buon lavoro e che non svaluti affatto le donne. Anzi nessuna donna dovrebbe darla via gratis.
Cosa pensi del matrimonio?
Pia. Personalmente sono contraria, infatti non mi sono sposata perché non credo che la donna si debba asservire all’uomo. Io credo che possano esserci delle belle storie d’amore anche con più leggerezza e magari facendosi pagare. Io sono così, sono femminista nel senso che non lascerei mai un vantaggio all’uomo, voglio contare più di lui, essere sopra di lui. Non comprendo perché le femministe non lo capiscano e affermino che io non sono femminista.
Intendiamoci, io non sono nata con questa consapevolezza del mio valore. E’ un pensiero che ho acquisito conoscendo gli uomini. Fin da adolescenti tutte incontriamo uomini e siamo sempre in una posizione un po’ svantaggiata. Io ero un’adolescente ai tempi della libertà sessuale ed era bellissimo.
Fare sesso era comunque un’affermazione di libertà. Poi però ho dovuto riconoscere che gli uomini non erano mai abbastanza rispettosi. Così mi sono detta: “Io ho tante attenzioni per loro e loro non ti danno niente in cambio, perché allora devo darla gratis?”.
Negli anni Settanta avere molti rapporti voleva dire essere una donna indipendente e libera, emancipata dalla famiglia e da una certa morale un po’ bacchettona, per cui la donna doveva essere casta e pura prima del matrimonio e non doveva avere dieci fidanzati.
Una volta però che mi sono affrancata da questa cultura e mi sono appropriata della mia sessualità, ho pensato che il sesso non doveva essere una cosa da regalare e neanche da offrire in cambio di un sentimento. Per essere veramente indipendente, autonoma, consapevole di come usavo la mia sessualità, io dovevo dare un prezzo a questa cosa. Non l’ho messo solo per i clienti, l’ho tenuto sempre anche nelle mie relazioni personali.
E adesso non ditemi che è perché ho avuto delle delusioni. Certo, ne ho avute, ma ci sono state anche grandi soddisfazioni. Non sono una frustrata. Semplicemente a un certo punto ho preso coscienza del mio essere donna e di cosa poteva valere nella relazione con l’uomo. Così ho scelto di farmi pagare e che questo sarebbe stato il mio lavoro.
Il pensiero delle femministe forse fa riferimento alle giovane prostitute che in qualche modo ci “cascano” dentro. E’ una considerazione diffusa. Il tuo caso in fondo potrebbe essere un’eccezione.
Pia. No, non è eccezionale. Dentro le università ci sono un sacco di studentesse che fanno marchette per arrotondare. Ci sono ragazze che inviano le loro foto in cambio di una ricarica. Sono tutte donne inconsapevoli che ci cascano dentro? Sì certo, a ragazzine molto giovani può capitare, ma se hanno diciotto, vent’anni, con tutto quello che si può apprendere al giorno d’oggi, io non credo che siano donne cadute, come succedeva una volta.
Le donne cadute erano quelle che rimanevano incinte, dopodiché venivano cacciate da casa e riparavano nei bordelli, perché erano disonorate e non avevano altra soluzione.
Oggi esiste un’altra categoria di donne in condizioni molto difficili, quelle che vengono dai paesi poveri e sono parte di un fenomeno di globalizzazione e di immigrazione che stiamo fronteggiando male.
Ma se parliamo della realtà italiana o dei paesi occidentali, dell’Olanda, io non riesco a immaginare una prostituta olandese o tedesca che sia una donna caduta.
Ci sono centinaia, o migliaia di prostitute olandesi, tedesche, italiane ecc. che fanno parte di un movimento e che la pensano esattamente come me. Sono donne autodeterminate, consapevoli, certe di quello che vogliono, che si pagano gli studi facendo le prostitute, perché non vogliono andare a lavare le scale e preferiscono magari fare una vita più agiata e avere più tempo per sé, e che magari vogliono arricchirsi in fretta, farsi una bella casa, perché no? Ci possono essere tante ragioni, ma certamente non sono donne perdute o cadute.
UNA CITTÀ n. 168/ ottobre 2009
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