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Riflessioni sulla nuova legge in Germania del 2005 PDF Stampa E-mail

Alla parola classica di prostituta si preferisce da più parti il neologismo "sex workes".

Non si tratta di uno slittamento semantico innocente ma di un tentativo di costruire un profilo professionale all’altezza del post fordismo. E’ il tentativo di ritagliare nell’universo dei lavori autonomi di seconda e terza generazione un posticino ad hoc per le prostitute autoctone.

Il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute nutre forti perplessità circa l’adozione e l’uso del termine le cui implicazioni politiche vanno attentamente esaminate.

Vogliamo partire dal caso tedesco che è il più illuminante in proposito.

Venerdì 11.5.01 il Bundestag analizzava una proposta di legge per creare un albo professionale e un fondo previdenziale a favore delle prostitute.

Secondo la proposta di legge le sex workers potranno farsi assumere con contratto in una casa chiusa e pretendere il versamento dei contributi previdenziali; le sex workers, inoltre, potranno reclamare legalmente il pagamento della prestazione sulla base di un tariffario regolarmente adottato. Lo stesso parlamento voterà martedì 15 il progetto di legge sull’abolizione del concetto di immoralità legato all’esercizio della prostituzione. Il ruolo del Bundestag risulta determinante perché il maquillage sortisca il suo effetto e la prostituta come per incanto si trasformi in professionista autonoma con Partita IVA.

Nella complessa ed articolata realtà prostituzionale europea ed italiana in cui, non dimentichiamolo, la presenza di donne migranti è ormai prevalente, il nuovo status sarebbe un modo per separare le prostitute autoctone da tutte le altre: visibilità, diritti, autoriconoscimento sociale e quant’altro sarebbero appannaggio delle prime, marginalità, invisibilità, illegalità finirebbero col marchiare le seconde. Le prime si trasformerebbero in professioniste autonome con partita IVA mentre le seconde resterebbero fuori dalla legge.

In quanto senza diritti, le donne migranti si troverebbero ridotte alla condizione di nuda vita ed abiterebbero, esse ed esse sole, un mercato parallelo controllato dalle mafie.

Alla sex worker i diritti deriverebbero dal riconoscimento statuale della prostituzione come lavoro. E’ il caso tedesco ed olandese.

Di matrice social democratica, questa idea di ancorare cittadinanza e diritti al lavoro è stata accolta anche dalla nostra Costituzione, il che non ne garantisce l’effettualità per l’oggi.

Le politiche neoliberiste stanno lì a dimostrarlo. Prima in Inghilterra con la Thatcher alla fine degli anni’70, poi nei paesi con una classe operaia debole e marginale negli anni’80, infine in paesi con più forti tradizioni di lotta come in Italia, Francia e Germania, governi di destra, di centro sinistra, di sinistra nell’ultimo decennio hanno proceduto a smantellare le legislazioni emanate a protezione del lavoro tra gli anni ’60 e gli anni ’70 e a precarizzare il lavoro fino a togliergli ogni aurea.

La società in cui viviamo è cambiata rispetto a quella prefigurata dalle Costituzioni lavoriste del dopo guerra e continua rapidamente a cambiare.

I neologismi in proposito si sprecano: società post industriale, post lavorista, post fordista, ecc. ecc..

Un dato è certo: i diritti, in primis quello di cittadinanza hanno perso il loro solido ancoraggio e si sono vaporizzati sotto i colpi di maglio della cosiddetta globalizzazione. Se questo è il quadro di riferimento che fotografa a nostro parere una situazione reale, ci sembra che il passaggio da prostituta a sex worker sia segnato da questa debolezza e ambiguità che neppure la politica di inclusione per quote può sciogliere. E’ il limite insuperabile di ogni politica prostituzionale. Essa non è applicabile alle prostitute extra comunitarie, clandestine per gioco forza perché c’è e ci sarà sempre una differenza senza misura tra la moltitudine dei sopranumerari e la massa degli inclusi. Si tratta di un sovrappiù indigeribile.

A meno che l’intento vero, la posta in gioco effettiva siano l’isolamento dei soggetti più deboli; un sogno, questo sì reazionario e razzista, di farla finita una volta per tutte con le donne migranti che possono aver scelto in libertà di prostituirsi. Si tratterebbe di un ennesimo contributo alla costruzione dell’Europa di Schengen.