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Alla parola classica di prostituta si preferisce da più parti il neologismo "sex workes".
Non
si tratta di uno slittamento semantico innocente ma di un tentativo di
costruire un profilo professionale all’altezza del post fordismo. E’ il
tentativo di ritagliare nell’universo dei lavori autonomi di seconda e
terza generazione un posticino ad hoc per le prostitute autoctone.
Il
Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute nutre forti perplessità
circa l’adozione e l’uso del termine le cui implicazioni politiche
vanno attentamente esaminate.
Vogliamo partire dal caso tedesco che è il più illuminante in proposito.
Venerdì
11.5.01 il Bundestag analizzava una proposta di legge per creare un
albo professionale e un fondo previdenziale a favore delle prostitute.
Secondo
la proposta di legge le sex workers potranno farsi assumere con
contratto in una casa chiusa e pretendere il versamento dei contributi
previdenziali; le sex workers, inoltre, potranno reclamare legalmente
il pagamento della prestazione sulla base di un tariffario regolarmente
adottato. Lo stesso parlamento voterà martedì 15 il progetto di legge
sull’abolizione del concetto di immoralità legato all’esercizio della
prostituzione. Il ruolo del Bundestag risulta determinante perché il
maquillage sortisca il suo effetto e la prostituta come per incanto si
trasformi in professionista autonoma con Partita IVA.
Nella
complessa ed articolata realtà prostituzionale europea ed italiana in
cui, non dimentichiamolo, la presenza di donne migranti è ormai
prevalente, il nuovo status sarebbe un modo per separare le prostitute
autoctone da tutte le altre: visibilità, diritti, autoriconoscimento
sociale e quant’altro sarebbero appannaggio delle prime, marginalità,
invisibilità, illegalità finirebbero col marchiare le seconde. Le prime
si trasformerebbero in professioniste autonome con partita IVA mentre
le seconde resterebbero fuori dalla legge.
In quanto
senza diritti, le donne migranti si troverebbero ridotte alla
condizione di nuda vita ed abiterebbero, esse ed esse sole, un mercato
parallelo controllato dalle mafie.
Alla sex worker
i diritti deriverebbero dal riconoscimento statuale della prostituzione
come lavoro. E’ il caso tedesco ed olandese.
Di
matrice social democratica, questa idea di ancorare cittadinanza e
diritti al lavoro è stata accolta anche dalla nostra Costituzione, il
che non ne garantisce l’effettualità per l’oggi.
Le
politiche neoliberiste stanno lì a dimostrarlo. Prima in Inghilterra
con la Thatcher alla fine degli anni’70, poi nei paesi con una classe
operaia debole e marginale negli anni’80, infine in paesi con più forti
tradizioni di lotta come in Italia, Francia e Germania, governi di
destra, di centro sinistra, di sinistra nell’ultimo decennio hanno
proceduto a smantellare le legislazioni emanate a protezione del lavoro
tra gli anni ’60 e gli anni ’70 e a precarizzare il lavoro fino a
togliergli ogni aurea.
La società in cui viviamo è
cambiata rispetto a quella prefigurata dalle Costituzioni lavoriste del
dopo guerra e continua rapidamente a cambiare.
I neologismi in proposito si sprecano: società post industriale, post lavorista, post fordista, ecc. ecc..
Un
dato è certo: i diritti, in primis quello di cittadinanza hanno perso
il loro solido ancoraggio e si sono vaporizzati sotto i colpi di maglio
della cosiddetta globalizzazione. Se questo è il quadro di riferimento
che fotografa a nostro parere una situazione reale, ci sembra che il
passaggio da prostituta a sex worker sia segnato da
questa debolezza e ambiguità che neppure la politica di inclusione per
quote può sciogliere. E’ il limite insuperabile di ogni politica
prostituzionale. Essa non è applicabile alle prostitute extra
comunitarie, clandestine per gioco forza perché c’è e ci sarà sempre
una differenza senza misura tra la moltitudine dei sopranumerari e la
massa degli inclusi. Si tratta di un sovrappiù indigeribile.
A
meno che l’intento vero, la posta in gioco effettiva siano l’isolamento
dei soggetti più deboli; un sogno, questo sì reazionario e razzista, di
farla finita una volta per tutte con le donne migranti che possono aver
scelto in libertà di prostituirsi. Si tratterebbe di un ennesimo
contributo alla costruzione dell’Europa di Schengen.
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