Le vicende legate al Rubygate possono essere commentate da vari angoli
di
visuale. Franca D'Agostini, filosofa della scienza, lo ha fatto perfino
dal
punto di vista del logos, analizzando gli pseudo-ragionamenti e le
procedure
argomentative dei difensori di Berlusconi, giornalisti sul suo
libro paghe o
persone da lui elevate agli alti ranghi delle
istituzioni.
Qui vale invece la pena di soffermarsi su alcuni aspetti del
rapporto tra
governo e opposizione e sulla discussione che le avventure
sessuali del premier
hanno aperto nel femminismo.
E' evidente che
Berlusconi è diventato un personaggio scomodo per gli stessi
che lo hanno
sostenuto e hanno ricevuto benefici dalla sua gestione del potere
politico.
Un leader che non alimenti un clima di belligeranza totale, non
compromesso
con la giustizia, con una vita privata più morigerata e con
un'immagine meno
folkloristica agli occhi del resto del mondo, sarebbe
certamente preferibile
per le élites economiche di questo paese.
Non da ora ma da sempre la
preferenza dei possessori di ricchezze andrebbe a
qualcosa di simile a una
destra liberale, in un contesto di democrazia formale
e con la mediazione di
servitori dello Stato disponibili a ritirarsi, dopo aver
prestato il loro
contributo allo sfruttamento e all'estorsione di pluslavoro.
Questa
aspirazione si è realizzata solo in casi eccezionali, e comunque mai in
tempi
di crisi, perché non risolve il problema fondamentale del consenso.
Insomma
finché Berlusconi lo garantisce, sia pure a suo modo, difficilmente
il
padronato vorrà o potrà liberarsi di lui. Marcegaglia ha chiarito bene
la
posizione della sua parte sociale, quando a una domanda di Fabio Fazio in
un
programma di intrattenimento televisivo ha risposto: un nuovo primo
ministro
sì, ma solo dopo le elezioni, cioè solo dopo la verifica del
consenso che
ciascuno schieramento raccoglie.
Poiché è difficile che il
presidente del Consiglio getti la spugna ed è facile
invece che abbia deciso
di vendere cara la pelle, la sua vita o la sua morte
dipendono dall'incerto
passaggio delle prossime elezioni politiche, in cui egli
avrà carte migliori
da giocare rispetto ai suoi avversari, prima di tutto l'uso
dei media. Non si
tratta di arrischiare un'incauta profezia sull'immortalità
politica di
Berlusconi, che potrebbe alla fine essere travolto dalla sua
imprudenza e
impudenza. Si tratta di non dimenticare ciò che l'opposizione
parlamentare
sembra aver rimosso e cioè che esiste una condizione sine qua non
per
sostituire un governo con un altro, almeno finché una democrazia
formale
continua a esistere.
La logica dei discorsi e delle iniziative del
maggiore partito di opposizione
si riduce oggi a denunciare il governo e il
suo capo perché, in tutt'altre
faccende affaccendati, non si dedicano con
adeguato zelo alle riforme
indispensabili e urgenti per l'Italia. Sulla
qualità delle cosiddette riforme
nulla si dice, ma la sintonia con la
Confindustria e la disponibilità ad
accettare Tremonti come nuovo presidente
del Consiglio non lasciano dubbi sulla
loro natura. Insomma, se le parole
hanno un senso, ciò che il PD chiede in
ultima analisi è una maggiore
efficacia nella spoliazione ulteriore del lavoro
salariato e nella riduzione
all'osso del welfare residuo.
Se l'operazione del PD andasse davvero a buon
fine, cioè se il secondo atto di
una crisi devastante venisse gestito da una
specie di governo di unità
nazionale con all'opposizione la destra
berlusconiana e criptofascista, dotata
di strumenti di comunicazione di massa
quasi da regime, allora verificheremmo
che il governo Berlusconi non è il
peggio che possa capitarci con questi
rapporti di forza e con questa
sinistra. Non è solo per questo che non sarebbe
stato saggio firmare
l'appello di Concita De Gregorio, direttrice dell'Unità;
non è solo perché
esso è parte di uno sciagurato progetto politico. L'appello
si rivolge alle
donne di destra e di sinistra, povere e ricche, del Nord e del
Sud perché
testimonino insieme che esistono altre donne oltre quelle che si
mettono in
fila per il bunga-bunga e perché insieme dicano “Ora basta”. E'
evidente che
l'obiettivo è quello di proporre un'altra femminilità, diversa da
quella
costruita dall'immaginario berlusconiano di kapò con in tacchi a spillo
e di
fanciulle iscritte alla lista di collocamento dello scambio tra sesso
e
danaro. Il rovescio della medaglia è che lo stigma finisce per colpire
proprio
l'ultima ruota del carro, vale a dire le ragazze comprate per
allietare le
serate dell'anziano miliardario.
Ha ragione Pia Covre del
Comitato per i Diritti delle Prostitute, quando
denuncia che le giovani donne
ascoltate come persone informate dei fatti sono
state usate ed esposte sui
media e che, se ad alcune la cosa è andata bene,
altre ne sono uscite
umiliate e ferite. E si deve darle ragione anche quando si
chiede se può
essere considerata una vera vittoria sfrattare il premier perché
è scivolato
sulla prostituzione, mentre ci sarebbero ragioni sociali, politiche
e di
democrazia per mandarlo a casa. La campagna dell'opposizione non può
essere
condivisa nei suoi obiettivi e nelle sue modalità anche per un'altra
ragione,
cioè per l'ondata di moralismo ipocrita che la caratterizza. Come
altro si
potrebbe definire l'accoglienza calorosa riservata alle parole del
cardinal
Bertone e l'uso strumentale delle inquietudini del mondo cattolico?
Ora, sia
chiaro, sarebbe del tutto legittimo che un'opposizione facesse leva
anche
sulle vicende del Rubygate. Non so se qualcuno/a ha mai scritto un libro
sul
ruolo dello scandalo nella storia, ma è noto che agli scandali sono
debitrici
anche due grandi rivoluzioni, quelle del 1789 e del 1917. Lo scandalo
può
assolvere la funzione di svelare all'ingenua opinione popolare che gli
dei
non sono dei, che nel Castello avvengono cose che violano le regole
dettate dal
Castello stesso e che esse sono quindi arbitrarie e parziali. Il
debito
tuttavia è stato sempre di poco conto e, come tutte e tutti sanno,
quelle
rivoluzioni sono poi andate ben oltre.
In che cosa consiste lo
scandalo è stato già detto. Non è vero che a casa
propria si può fare ciò che
si vuole; anche a casa propria non si possono
commettere reati e l'uso della
prostituzione minorile è reato. Non è poi vero
che si tratta di questioni
solo private perché il premier colloca nelle
istituzioni le persone, donne e
uomini, che gli hanno reso i servigi da lui
richiesti. E' vero invece che un
individuo con una condotta così disinvolta si
fa poi paladino della più
retriva morale cattolica, promette una legge contro
la prostituzione, ne fa
approvare un'altra che vieta l'analisi pre-impianto
degli embrioni nelle
tecniche di fecondazione assistita, resiste al
riconoscimento del sia pur
minimo diritto di lesbiche, gay e trans, celebra il
family
day...
La discussione nel femminismo sull'argomento non è cominciata
oggi con il caso
Ruby. Dell'uso del corpo delle donne nei media e delle
mutazioni del genere che
l'immaginario berlusconiano produce si parla da
tempo. La legittima avversione
nei confronti del moralismo dell'opposizione e
della logica politica che la
caratterizza ha prodotto qua e là, nella parte
più radicale del movimento,
reazioni del tutto inadeguate. O troppo benevoli
nei confronti del presidente
del Consiglio: ognuno è libero di fare a casa
propria ciò che vuole; la
sinistra replica l'atavica condanna del sesso, che
è invece un'attività
naturale ecc. Oppure commenti propri di chi si tira
fuori dalla mischia: sono
cose da uomini che non ci riguardano; rifiutiamo di
adeguarci ai modi e ai
tempi della politica, alle regole degli schieramenti
partitici e dell'audience
televisiva ecc.
Nel complesso tuttavia la
discussione nel merito è stata ben più ricca e
feconda che altrove e pour
cause. E' chiaro a molte che non solo con
quest'ultima vicenda, ma con tutta
la sua storia personale, con il suo modo di
concepire la presenza delle donne
in politica e con le immagini delle
televisioni che possiede o controlla,
Berlusconi ha utilizzato una delle
specifiche tecniche di consenso della
destra moderna. Perché moderna non è la
destra liberale ma quella post, cioè
quella che si trova a fare i conti con più
pressanti problemi di consenso e
li risolve con la propaganda, la repressione e
la costruzione di capri
espiatori, in diversi rapporti di quantità tra loro
secondo il
contesto.
E' improbabile che l'operazione sia stata consapevole: la sua
realizzazione
deriva dal fatto che Berlusconi è l'incarnazione caricaturale e
ormai patetica
del senso comune della maggioranza dei maschi italiani.
Inoltre il suo essere
un parvenu della politica lo priva delle capacità di
mediazione, simulazione e
dissimulazione proprie dei politici di mestiere.
Berlusconi è semplicemente un
bugiardo nel senso più rozzo e infantile del
termine.
La tecnica di consenso consiste nel portare a galla, diffondere e
legittimare
ciò che giace sul fondo del corpo sociale, le credenze e le
relazioni più
arcaiche. L'uso politico dell'antigiudaismo, per esempio,
derivò dalla
constatazione che esso era ancora assai vivo negli strati
popolari più incolti.
E la constatazione si realizzò nella forma semplice
della quantità degli
applausi che nei comizi ogni attacco agli ebrei
suscitava. Qualcuno ha scritto
che quando le chiacchiere da birreria si fanno
politica, allora la civiltà e la
democrazia sono in pericolo. Così quando
l'immaginario del maschio medio
italiano si fa spettacolo e cultura, allora
riprendono forza gli stereotipi più
arcaici sulla femminilità. Il problema
non sono quelle che si mettono in fila
per il bunga-bunga, spesso poveracce
alla ricerca di un reddito che non trovano
altrove e che è impietoso additare
al pubblico disprezzo. E non è nemmeno
quello delle fidanzate e maitresses
del premier nelle istituzioni. Un
intellettuale come Sgarbi, che si presta a
urlare e insultare in difesa delle
mutande del suo padrone, è ben più
repellente della sprovveduta Carfagna.
La questione è che il genere viene
costruito anche dai media e dalle immagini
femminili che essi veicolano.
Certo “esistono altre donne”, come recita
l'appello di De Gregorio, ma altre
donne sono sempre esistite perché il genere
ha sempre poco a che fare con le
donne reali, ma rappresenta comunque un
fardello di pregiudizi e di luoghi
comuni che le opprime.
Tra i commenti che in questi giorni circolano nelle
liste e nei giornali on
line vela la pena di citarne uno, quello del Blog
femminista Medea di “un
gruppo di donne che fa politica sul territorio a
Torino”. Il testo ricorda il
film di Pasolini “Salò o i 120 giorni di
Sodoma”, ispirato all'omonimo romanzo
del marchese De Sade, girato negli anni
Settanta e rapidamente scomparso dalla
circolazione. Ambientato tra il 1944 e
il 1945 l'opera è divisa in quattro
parti strutturate in modo simile ai
gironi danteschi: antinferno, girone delle
manie, girone della merda e girone
del sangue. Sono protagonisti quattro
rappresentati dei diversi poteri
(economico, ecclesiastico, politico,
giudiziario) che si chiudono in una
villa con nove ragazze e nove ragazzi,
catturati o comperati, per soddisfare
le loro perversioni. La morale della
favola è la denuncia del potere come
fonte di iniquità e nefandezze e l'idea
che il sesso sia una metafora del
potere. Alla sessualità violenta e perversa
di un regime violento e perverso
viene accostato il sesso mercificato di
un'epoca, la nostra, in cui tutto è
merce e danaro. O almeno questo sembra dire
il testo non sempre chiaro in
tutte le sue parti.
Gad Lerner, in una puntata dell'Infedele ha ripreso il
confronto, ma il medium
televisivo non si presta a discorsi sofisticati e
l'accostamento è apparso una
inaccettabile forzatura, che non giustifica ma
forse spiega l'intervento e gli
insulti del presidente del
Consiglio.
Un'ultima considerazione. Il femminismo dell'ala radicale e
antagonista dei
movimenti ha perso un'occasione. Ha criticato giustamente le
mobilitazioni
ispirate alla logica dell'appello di Concita De Gregorio, ma
non ne ha fatte o
proposte altre. Eppure una materia che non fosse quella
della contrapposizione
tra donne perbene e permale c'era e in abbondanza. Si
poteva, si può,
contrapporre al mito dell'uomo che ama le donne – la gnocca,
dice Sgarbi,
sostituendo la parte al tutto – il capo del governo che ha
varato, cancellato e
rifiutato leggi sempre in logiche che rendono la vita
delle donne più faticosa,
precaria e ingiusta.
Lidia Cirillo
http://quaderniviola.blogspot.com/2011/01/considerazioni-sul-rubygate.html
|