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Cosa succederà ora, dopo questo 13 che sembra sia stata la giocata migliore che si potesse fare?
Non se ne andrà il “tiranno” perché si sa che a meno di una
rivolta violenta e immediata i capi non cedono le armi se non dopo lunghe
trattative per assicurarsi i “salvacondotti” e una successione di potere che
misura le forze messe in campo dagli avversari, e qui gli avversari non sono
poi tanto forti e pronti. Ma l’onda di sdegno che si è risvegliata nel paese e
in particolare fra le donne non lascia il campo.Ci sono seri propositi di sfida
al potere da parte di chi ha partecipato senza sottoscrizione dell’ appello.
Per tante di noi domani sarà esattamente come ieri e come ogni giorno all’anno,
pratica di strategie di resistenza. Così è per le giovani femministe dei
collettivi che si sono distinte nelle
varie città da Trieste fino a Palermo passando per Roma, le “Indecorose e
libere” e tutte le altre non bigotte e non moraliste, e quell* non conformat*
per genere e sesso, e tutte quelle che coraggiosamente hanno manifestato
insieme alle sex worker portando gli ombrelli rossi, con aggiunta di sciarpe,
simbolo delle rivendicazioni dei diritti negati. Quelle che alla domanda “se non ora quando” hanno risposto
“sempre, 365 giorni all’anno” sono piene di rabbia e di passione, e non sono
certo placate dalla gratificazione catarsica della discesa in piazza di una
domenica. E noi con loro. Quindi ci metteremo al lavoro per trasformare la
denuncia in proposta. Vogliamo discutere della mercificazione dei corpi e delle
menti? Della sessualità e dei rapporti di potere fra i generi? Di quanto siano
state sempre necessarie le donne perdute per aumentare il valore delle donne
per bene nella cultura patriarcale? Questi giorni sono stati lanciati molti
spunti di riflessione. Raccogliamoli e parliamone, fino a contaminarci
profondamente dalle nostre diversità, le nostre esperienze e dai nostri saperi.
Ma intanto noi chiediamo subito alla politica, alle donne
delle istituzioni in primis quelle che erano in piazza, alle sindacaliste, alle
giornaliste che si mobilitino per far cancellare le odiose ordinanze sulla
sicurezza dei sindaci sceriffi.
Pretendiamo che si smetta di criminalizzare il lavoro sessuale, nessuno
può sindacare sulle diverse “strategie di sopravvivenza” ne sull’autodeterminazione delle donne.
Chiediamo l’abolizione di ogni legge criminogena e produttrice di violenza
sulla prostituzione. Lo chiediamo anche alla ministra Carfagna che ha detto che
chi governa deve ascoltare la piazza. Ritiri il suo ddl sulla prostituzione. Lo
avevamo già chiesto il 13 dicembre 2008 in piazza Farnese, forse non se n’era
accorta? Se non può tecnicamente ritirarlo tolga almeno la sua firma da
quell’oscena proposta e dimostri che rispetta e ha a cuore la condizione delle
donne e delle transessuali come spetterebbe a chi ricopre il suo ruolo
istituzionale. A chi dice che il corpo
delle donne non è in vendita, rispondiamo che quello che vediamo, invece è che i corpi di tutte e tutti sono in
vendita, e spesso in condizioni disumane: dagli operai/operaie, alle migranti e
ai migranti, alle badanti, a noi sex workers, e tante/i altri. Quindi a quale
dignità si fa riferimento e soprattutto in quali contesti?
Taglieggiare le
prostitute da parte dei sindaci e delle sindache per far cassa non è molto
dignitoso, e a dirla tutta neanche taglieggiare i clienti serve ad educarli o a
cambiarne la cultura sessualsessista.
Sarebbe meglio cominciare da piccoli con l’informazione
sessuale nelle scuole magari in un’ottica di genere. Le politiche di repressione
le pagano sulla propria pelle soprattutto le giovani migranti donne e
transessuali che vengono prese
dalle strade e rinchiuse nei Cie, dove ormai è noto a tutt* che devono subire
abusi di ogni tipo anche sessuali. E’ questo che vogliamo offrire alle giovani
clandestinizzate dalla Bossi-Fini e
sfruttate dai criminali? Solo 810 sono stati i permessi di soggiorno rilasciati
nel 2009 per art. 18, e tutte le altre che non lo hanno avuto che fine hanno
fatto? Ve lo domandate? Basta, donne della politica vi chiediamo di non girare
la testa dall’altra parte. Ci piacerebbe che vi mobilitaste per questo, e anche
le giornaliste indipendenti, quelle che possono decidere quale posizione e
parte tenere nel proprio lavoro. Vogliamo diritti e rispetto, rispetto per le
nostre vite e per la nostra sicurezza e incolumità, perché cacciate dalle
strade e senza alternative si può finire solo nelle mani della criminalità o
assassinate nei boschi. Rispetto anche nel linguaggio usato nella cronaca e
specialmente nei talk show, in gran parte da politici e giornalisti maschi,
perfino nelle ordinanze comunali si è usato un linguaggio vergognoso.
Smettiamola una volta per tutte di definire le lavoratrici del sesso con
scurrili parole volgari e insultanti che aumentano lo stigma e il disprezzo. Ne
abbiamo sentite di tutti i colori in questo periodo, un disgustoso esempio di
decadimento della lingua italiana. E pensare che siamo il Paese di sommi poeti.
In generale la questione delle/dei migranti sfruttati e
ricattati è grave e il nostro paese deve con urgenza recepire la direttiva
dell’Unione Europea 115 del 2008 sui rimpatrii, estendere il permesso
umanitario alle/ai lavoratori truffate/i e spinti in clandestinità.
L’occupazione femminile è al 47,2% nel nostro paese e se ciò non basta si toglie il divieto alle dimissioni in
bianco per le donne. Quasi il 30% dei giovani non hanno un lavoro, non hanno un
salario ne aiuti per sopravvivere, però continuiamo a spendere miliardi per
sostenere guerre dichiarate dagli alleati imperialisti , che contrariamente a
quello che ci dicono, anche i bambini sanno che non hanno nulla di umanitario,
anzi soprattutto i bambini dei paesi aggrediti. Intanto si tagliano i soldi
alla spesa sociosanitaria, si privatizzano i consultori e si taglia il finanziamento
per i centri antiviolenza, per la scuola e l’istruzione, per la ricerca e la
cultura. A quanto di meglio abbiamo in
questo paese. Le guerre succhiano le vite e le risorse economiche e le
trasformano in miseria, dolore e povertà per molti e capitale per pochi. Allora
noi donne costruiamo una nuova complicità , è urgente, cerchiamo nuove
strategia per avviare una nuova
diplomazia di pace. Non solo proteste, ma politiche di pace e investimenti, quanti/e giovani abbiamo
formati in studi sui diritti umani? Preparati in scienze diplomatiche? In
scienze dell’educazione? Mettiamoli al lavoro, sono una risorsa inestimabile,
potrebbero costruire un futuro diverso e migliore per tanti.
Al lavoro dunque, con laicità, libere e autodeterminate,
magari un po’ meno al chiuso delle famiglie e un po’ più nella comunità
femminile e anche nelle strade.
Pia Covre per Gli Altri 16 febbraio 2011
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