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Sesso comprato e venduto: PDF Stampa E-mail

considerazioni economiche e sociosanitarie

 

Sesso comprato e venduto:

ma così é sempre stato, e urlarlo scandalizzati ancora oggi, adducendo questo e quel pretesto, nulla aggiunge all'ovvietà della constatazione. Neppure é facile resistere al fascino e alla forza di una certa logica che evoca automaticamente la mano invisibile del Mercato e il libero gioco della domanda e dell'offerta. Non solo. Il Mercato sfacciatamente si vuole come l'Eden dei diritti innati e delle libertà possibili: in libertà vendiamo capacità lavorativa, sia essa fisica e mentale; in libertà alieniamo parte del nostro tempo o tutto il nostro tempo.

Il mercato della prostituzione, si dice, non costituisce in fondo un'eccezione: questa volta al lavoro, come recita il bel libro della Tatafiore, é il sesso. Ma la riduzione della prostituta a sex-worker rischia di semplificare, a nostro avviso, questo particolare mercato fino a farne il luogo figurato per l'esercizio accademico delle nostre anime belle. La prostituta é anche qualcos'altro, come sempre accade quando dietro la forma merce e il suo feticismo si scopre il lavoro vivo e la nuda vita. Ma questa é un'altra storia.

Il mercato della prostituzione è un effetto della globalizzazione: non ci riferiamo alla massa di capitale finanziario, cioè del denaro prodotto e scambiato come merce e in grado di far vacillare le economie reali del sudamerica, delle tigri asiatiche, dell'orso russo. Non ci riferiamo neanche alle nuove oligarchie planetarie. Pensiamo invece alla estrema mobilità del capitale un tempo detto industriale e alle ristrutturazioni e alle riconversioni dei modi di produrre. Pensiamo alla perdita di centralità degli Stati nazionali, alla crisi dei relativi mercati, alla massificazione del lavoro salariato, alla sua precarizzazione e segmentazione per sesso, per età, per nazionalità. Non sono processi indolori: spesso le guerre tribali e i nazionalismi forniscono l'alibi a processi di questo genere. Tutti concordano nel ritenere che stiamo vivendo un rivolgimento la cui radicalità è pari alle grandi svolte che hanno segnato la storia dell'umanità nell'ultimo millennio: la rivoluzione agraria tra il 1100 e il 1200 e la rivoluzione industriale alla fine del 1700. Anche oggi, come allora, le emigrazioni forzate e volontarie accompagnano questo snodo epocale. Si fugge sempre da qualcosa e da qualcuno, è inutile insistervi. Più interessante, invece, è l'individuazione della meta. Non c'é esodo senza terra promessa. E la terra promessa per milioni di uomini e donne del secondo, terzo, quarto mondo è il primo mondo, Europa-USA in primis. Non ci stancheremo di ripeterlo: le prostitute bianche e nere sono l'avanguardia o la punta d'iceberg della forza lavoro multinazionale dell'era della globalizzazione. In verità di forza lavoro parlano i governi e i parlamenti occidentali. Le quote d'immigrati preventivate di anno in anno non alludono forse al carattere di merce dell'immigrato extracomunitario? E non è forse vero che un riconoscimento minimo di diritti minimi è legato a questa realtà? Che, insomma, la messa al bando, l'essere clandestino e nuda vita è il destino di chi si sottrae deliberatamente o è tagliato fuori perché soprannumerario? Le prostitute sono questa nuda vita. Devono esserlo. L'assunzione di questa prospettiva rende possibile la denuncia dei limiti di un approccio mercantile al problema. Ma anche questa è un'altra storia.

Dentro questi limiti, l'analisi é facile. In Italia la modificazione del mercato é preparata dalla repressione di Stato lungo tutto gli anni settanta e ottanta: schedature, diffide, fogli di via, domicilio coatto, confino, sorveglianza speciale, revoca della patente, in una parola l'applicazione dell'art. 1 di PS nel clima emergenziale delle leggi speciali antiterrorismo, dissodano il campo della prostituzione autoctona. Cacciate dalle strade, le nostre prostitute "riscoprono le case". Ma é il sommovimento sociale e culturale di quegli anni ad incoraggiare e ad alimentare la trasformazione della prostituta a sex worker e a soggetto politico. L'83, l'anno di nascita del nostro Comitato, costituisce un vero e proprio spartiacque in tal senso. Professionista, sostenuta da un'alta coscienza di sé, libera nella gestione del proprio corpo, senza protettore, "sindacalmente" attrezzata, la nostra prostituta gode di un potere contrattuale ragguardevole. Ad aggredirla, a metterla in un angolo, a svilire il suo potere,è l'irruzione alla fine degli anni ottanta di migliaia di donne che provvedono a riempire di nuovo le strade. I primi ad arrivare sono i travestiti e le ragazze latino-americane e del sud-est asiatico,poi le nigeriane, le yiugoslave, infine le albanesi, le russe, le polacche, le ucraine. Oggi su un totale di 50000 lavoratrici sessuali,la metà lavora sulla strada. A guardare le aree di provenienza,è fin troppo facile indicare le cause più immediate ed ovvie di questo esodo nella fame, nella mancanza di lavoro, nelle guerre interetniche e tribali, nell'implosione di fragili imperi, nelle crisi cicliche scatenate dalle più feroci politiche neoliberiste. Resta il fatto che per migliaia e migliaia, forse milioni di donne e di uomini in fuga, prevalentemente giovani, mediamente acculturati, l'occidente ha significato e continua a significare la terra promessa e non necessariamente con il carico di aspettative e di ragioni che segnarono fenomeni solo all'apparenza simili tra l' '800 e il '900 o negli anni 30 e 50 di questo secolo.

Perciò, se continua ad essere vero che la molla che spinge queste donne a intraprendere viaggi disperati é il denaro, è altrettanto vero che la posta in gioco è la vita godibile, non soltanto migliore.

Il denaro, in questa prospettiva, diventa mezzo di emancipazione e di liberazione. E ciò è possibile a partire da una ricchezza latente, da una esuberanza di potenzialità in grado di rendere reversibile la propria condizione di partenza. è arduo attualmente sostenere questa tesi. La prostituzione che conosciamo è sotto il controllo delle mafie dell'Est, le ragazze spesso o per lo più sono coatte, la loro è una condizione di deiezione estrema. Se misuriamo il tasso di autonomia, di libertà e di potere dal prezzo dell'offerta e dal saggio di profitto (quanto va al protettore, quanto resta alla ragazza), c'è da restare disorientati: il prezzo è caduto ed il saggio di profitto è tra i più alti. Lo statuto della nuova prostituzione di strada è mutato: l'area del lavoro autonomo, appannaggio delle lavoratrici autoctone, si è ridotto notevolmente (meno del 5%), quella del lavoro coatto e servile è cresciuta oltre ogni misura.

Quello che secondo noi va sottolineato è questo intreccio perverso tra svalorizzazione dell'offerta e alti profitti a garantire i quali, proprio come si addice al rapporto di lavoro salariato, è la perdita di valore della forza lavoro.

La nostra ipotesi, più che fare riferimento a cause per così dire esogene (l'alto numero delle ragazze sulla strada, l'offerta variegata delle prestazioni, la condizione di clandestinità, ecc. ecc.), muove perciò da ragioni di coerenza che regolano il rapporto di lavoro in sé. Cosa interessa al protettore? In primo luogo che le ragazze lavorino, e tanto: vitale è aumentare il numero di clienti per sera, abbassando la qualità della prestazione e il suo prezzo, se necessario; in secondo luogo che alle ragazze resti poco o niente perché in questo modo è più facile costringerle a lavorare. è questa la situazione delle albanesi. Questa specie di lavoro a cottimo risponde anche al bisogno delle ragazze di affrettare l'estinzione del debito contratto all'entrata nel nostro paese. è il caso delle nigeriane. Al protettore fa gola la percentuale sulle prestazioni; è questa percentuale che misura il suo potere è, ovviamente, la sua ricchezza. Russe ed ucraine ad esempio intascano un terzo del loro guadagno. Il prezzo di una prestazione semplice oscilla dalle 50 000 alle 100 000 mila lire. Si tratta di tariffe che risalgono agli anni '80, fissate dalle prostitute autoctone, per di più in età. Oggi l'età si è abbassata, sulla strada ci sono giovani e giovanissime. Il prezzo non sale, tende invece a collassare. Non è raro pagare una prestazione 30 o 10 000 lire. In linea con le politiche deflattive dei nostri governi, anche il mercato della prostituzione ha subito la sua svalutazione.

La prestazione veloce significa consumo affrettato da parte del cliente. Per il cliente può essere un alibi ma le prostitute sanno che il cliente è un particolare tipo di consumatore: la fretta è il suo tratto distintivo. Ricco di fantasie ma povero di desideri, incapace di stabilire rapporti erotici con la compagna, è sul corpo femminile che proietta bisogni e paure, in primo luogo il terrore di doversi confrontare con la propria omosessualità: il tasso di virilità si misura perciò con il numero delle donne possedute. La fretta, dunque. Vale per il nostro cliente l'analisi heideggeriana del curioso che vede senza vedere, che cerca il nuovo come trampolino verso un altro nuovo, che è incapace di soffermarsi su ciò che si presenta. Distratto ed irrequieto, è irretito nella cultura maschilista e fallocratica che vuole la donna madre-sposa oppure puttana.

È il corpo a decidere, di volta in volta: corpo pudico ed asessuato oppure abbandonato ed esposto nella sua nudità, da possedere e consumare nei mille modi che la fantasia celebra.

Al cliente la professionista concede poco o nulla in termini di potere sul corpo; per questo poco o nulla, il cliente paga. Allo stesso cliente, la svalutazione dell'offerta restituisce posizioni di forza e quote di potere sul corpo delle nuove prostitute: sindacalmente deboli, politicamente impotenti, confinate alla condizione dannata di clandestine, alla mercé di sfruttatori e di questure, le ragazze che lavorano in strada pagano in primo luogo per il loro rapporto con i protettori.

Cliente-protettore: se regge la nostra ipotesi (è nell'interesse del protettore contenere il prezzo), un'intima, segreta trama, certo inconsapevole ma non per questo meno proficua, s'intesse tra i due. Complicità economica e politica: se il protettore protegge il cliente dall'esosità della prestatrice d'opera, il cliente gli garantisce con il consumo la trasformazione del valore in denaro e del denaro in profitto; se per il protettore centrale è il potere sulle ragazze, per il cliente vitale è il potere sulla prostituta. La perdita di valore della forza lavoro, delle sue prestazioni, del suo lavoro, rassicura l'uno e l'altro, garantisce l'uno nella misura in cui garantisce l'altro. E viceversa.

Poche considerazioni infine sulla situazione sanitaria.

È indubbio che il quadro descritto influenza la condizione di salute. Le prostitute, come abbiamo visto, devono avere un alto numero di incontri sessuali ampliando perciò il ventaglio dei rischi. A volte, proprio per strappare ai protettori una quota di reddito per sé, possono accettare prestazioni a rischio o fare sesso non protetto. Le ambiguità emergono dal comportamento del cliente: perché chiede e, forte del suo potere, impone sesso non protetto? Forse è il senso di onnipotenza che gli deriva dalla ristrutturazione del mercato ad illuderlo di riuscire a farla franca in un gioco che ha il sapore di una sfida. Forse è l'estremo tentativo di possedere un corpo che, pur pagando, sa che non gli appartiene. Eliminare il preservativo è nell'immaginario del cliente abbattere l'ultima barriera per un possesso nella realtà impossibile.

Infine, come conciliare questa linea di condotta con la richiesta di rigidi controlli sociali e sanitari da parte di un'opinione pubblica costituita anche dai 9 000 000 di "stimati clienti"?