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Documento completo presentato in Regione Lombardia PDF Stampa E-mail

 

Milano 19 Marzo 2014

Presentazione del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute Onlus

e della Associazione Radicale Certi Diritti

 

alla Audizione sul referendum abrogativo “Parziale abolizione della Legge Merlin”

 in Regione Lombardia- Commissione Istituzionale

 

Pensiamo che sia nel metodo che nel merito questa richiesta della Regione Lombardia non sia adeguata ai bisogni. 


Premettiamo che siamo convinte/i che il referendum popolare è un atto democratico che consente al popolo di esprimersi, limitatamente alle abrogazioni per fortuna, e invidiamo la Svizzera per la sua democrazia referendaria.

Nel metodo ci pare che in questo caso specifico non sia così. Questa è la richiesta istituzionale di fare un referendum abrogativo dopo che una  raccolta di firme  popolare è già stata tentata ed è fallita. Lo scorso anno alcuni sindaci hanno chiesto ai cittadini/e di sottoscrivere un quesito molto simile e non hanno raggiunto il numero di firme necessario.

Eppure sappiamo che nei sondaggi i cittadini/e in maggioranza sono favorevoli a cambiare la legge Merlin, ma è evidente che la gente percepisce che questa proposta non è valida a cambiare veramente lo scenario della prostituzione e a risolvere i problemi che alcuni cittadini hanno, compresi i problemi dei Sindaci nel governo dei territori. 



Nel merito abrogare alcune parti della legge Merlin non cambierebbe nella pratica quasi nulla. La proposta infatti si limita ad ammettere di poter usare una abitazione privata per lavorare, restano vietati tutti i luoghi pubblici.

Non trasforma certo le persone che si prostituiscono in lavoratori, anzi tutt’altro così la legge pone le persone prostitute o in posizione di vittime o di criminale. 

Comunque senza tutele, tutti gli articoli che proteggevano da registrazioni improprie e conseguenti abusi spariscono. Rimane invariata la parte che riguarda la possibilità di lavorare in strada. Cioè sanzionata con l’adescamento e i provvedimenti di ordine pubblico. Così come è già oggi, mentre tutti lamentano di non avere strumenti adeguati nulla cambierebbe nella pratica.  Quindi non ci sarebbero nuovi strumenti per governare il fenomeno.

Si evince che c’è la speranza che con l’autorizzazione di prostituirsi in casa e senza limitazione nel numero di addette  tutto il mercato si trasferisca automaticamente al chiuso. E magari sulla spinta di qualche immobiliarista che metterà gli alloggi giusti sul mercato delle affittanze si creeranno dei bordelli di fatto. O si avranno le case di appuntamento nel pianerottolo dei condomini. 

Ma non è pensabile che tutto si trasferisca al chiuso, chi conosce bene la realtà della strada e della prostituzione occasionale sa che molte preferiscono comunque lavorare all’aperto. Continueranno a farlo per varie ragioni spesso opposte fra loro, per alcune la maggiore indipendenza nella contrattazione, per altre purtroppo sarà la costrizione a cui sono sottoposte dai papponi sfruttatori. O per i costi zero di gestione ad esempio o la precarietà e occasionalità del lavoro. 

 Quindi si può immaginare che come  conseguenza della parziale abrogazione così come viene proposta si avrà una tenace messa in atto dei  soliti strumenti repressivi in strada con l’impiego massiccio di agenti delle Forze dell’Ordine  per “convincere” le prostitute a ritirarsi in casa. Una sistematica schedatura di tutte le fermate, anche con il solo sospetto di prostituzione, che diventerà utile per il controllo di queste persone, compreso il controllo fiscale e l’imposizione di tasse senza un giusto criterio definito a priori.



Noi sosteniamo da molti anni che la legge va cambiata, e siamo convinte che le forze politiche debbano farlo in Parlamento con un ampio e partecipato dibattito. Senza giocare a creare trappole moraliste o ideologiche. Guardando alla realtà esistente e creando le norme necessarie per governarla, avendo come principio di base il rispetto dei Diritti Umani, e il rispetto per chi si prostituisce e per chi acquista i servizi. L’esperienza e le voci di molte delle interessate suggeriscono che si parli di LAVORO, con diritti lavorativi riconosciuti e rispetto per queste persone che non devono essere stigmatizzate o trattate da cittadine/i di serie B.



Se qualcuno vuole dimostrare l’intenzione di cambiare veramente la legge  deve avere il coraggio di proporre l’abrogazione totale della legge Merlin, per poter successivamente fare in Parlamento una nuova legge  adatta alla realtà del fenomeno e della società.

 

 

Noi non vogliamo sottrarci a contribuire per la formulazione di una nuova e buona legge.

 


Elenchiamo qui  alcuni punti essenziali per una legge che regoli il sesso commerciale

La prostituzione di persone adulte e autodeterminate deve essere decriminalizzata sotto ogni aspetto, si devono decriminalizzare e regolare gli accordi commerciali fra le parti secondo le normali regole del commercio che tutelano i prestatori di servizi privati alla persona. Tuttavia vanno previste clausole speciali  (anche transitorie) per garantire che non vi siano abusi, discriminazioni e stigmatizazione verso le persone che si prostituiscono. Un sistema fiscale che sia equo e che si adatti alle specificità di questa attività e alle situazioni dei soggetti, con rispetto della privacy e riservatezza. Tavoli partecipati su ogni aspetto di gestione e

in considerazione anche del fatto che a causa di varie ragioni sociali molte delle persone che scelgono questa attività si trovano in condizioni di svantaggio sociale e situazione di vulnerabilità. Oggi le persone straniere  che offrono servizi sessuali ed erotici rappresentano più della metà del mercato nel nostro Paese. A causa  di alcuni fattori che determinano il fenomeno migratorio troppe persone in questi anni sono cadute nelle mani di approfittatori e sfruttatori, molte donne, ma anche uomini, sono finite nella trappola dei trafficanti di esseri umani che li sfruttano sessualmente. Oggi si trovano ricattati e costretti nella prostituzione. Riaffermiamo che per combattere il traffico di esseri umani si sono fatte leggi speciali e si sono previste anche deroghe alla legge sull’immigrazione concedendo il permesso di soggiorno alle vittime. Questa buona prassi che ci hanno invidiato anche in Europa deve proseguire. Anche visto il recente recepimento della direttiva 2011/36/UE pubblicato (GU n.60 del 13-3-2014)  il Decreto Legislativo 4 marzo 2014, n. 24, “Attuazione della direttiva 2011/36/UE, relativa  alla  prevenzione  e alla repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime, che sostituisce la decisione quadro 2002/629/GAI.

Noi vogliamo che il mercato del sesso commerciale diventi un mercato legale e trasparente, dove la prostituzione volontaria abbia lo status di lavoro e le persone che offrono o chiedono questi servizi  siano rispettate e dove la prostituzione coatta non deve esistere.  

 

Il codice penale prevede pene per ogni circostanza criminale.  Distinguendo qindi fra tratta e prostituzione che sono due cose diverse.  La prostituzione dovrebbe stare nel codice civile e del lavoro e nel caso della prostituzione ci si dovrebbe servire dei reati già previsti nel codice penale per combattere lo sfruttamento e la violenza contro le persone e il lavoro coatto e paraschiavistico.

 

La prostituzione non organizzata per molti anni è stata tollerata in strada ma perseguita al chiuso. Questo ha sortito l’effetto che nel nostro Paese più che in altri si è consolidata la prostituzione di strada. La strada come luogo di incontro ma anche di consumo, senza costi di affitto, di sosta o altro. Il luogo più economico per comprare sesso e per venderlo senza costi di impresa e di mediazione. Ma a volte le strade sono state anche un luogo poco sicuro perché isolate e buie, lasciate nel degrado. In certi contesti la condizione di isolamento è tale da consentire agressioni di malintenzionati e di criminali che coinvolgono lavoratori/trici e clienti , i casi di violenza non sono rari purtroppo, anche gli omicidi di donne e transessuali sono troppi. In alcuni Paesi le amministrazioni hanno creato  zone dedicate per la prostituzione all’aperto, zone attrezzate con dei servizi e una discreta sorveglianza per garantire la sicurezza a chi vi lavora. Olanda per prima in periodo pre-regolamentazione aveva zone aperte dal pomeriggio alle prime ore dell’alba, dove oltre ai servizi igenici vi era un drop-in center per la prevenzione e l’informazione sulla salute con distribuzione di preservativi e la presenza di un operatore,  recentemente anche a  Zurigo in Svizzera si sono creati i box del sesso.  Pensare alla gestione del commercio del sesso come alla gestione di un mercato all’aperto di ambulanti potrebbe aiutare a trovare delle soluzioni che soddisfino la cittadinanza che si sente disturbata dal fenomeno e allo stesso modo dare luoghi più sicuri per tutti. La prostituzione di strada dovrebbe poter far parte dei piani urbanistici di sviluppo delle aree urbane.  In Europa altri esperimenti  di integrazione di aree urbane che avevano subito un degrado si e’dimostrato vincente (a Barcellona, e Anversa per esempio). E’ strategico che l’ANCI  partecipi a creare linee guida per la gestione di un fenomeno sociale così rilevante  per le città, le città devono combattere il degrado urbano e l'esclusione sociale, devono saper trasformare quello che oggi viene considerato un disvalore in opportunità. Una regia centrale per seguire le evoluzioni del fenomeno per fare in modo che sia integrato in un sistema di cooperazione fra partners, inteso come Servizi istituzionali coinvolti e rappresentanti di società civile e lavoratori, che ci sia un passaggio di informazione fra i Comuni e le Regioni.

Per anni lavorare nel proprio appartamento è stato difficile e anche perseguitato, tutt’oggi ogni giorno vengono chiusi dalla polizia appartamenti privati dove una, a volte due o tre persone, si prostituiscono, anche qui in isolamento e con la paura che la polizia faccia irruzione,  è necessario cambiare ma bisognerà decidere quale modello di prostituzione al chiuso vorremmo avere nel nostro Paese. Pensiamo che il modello delle grandi strutture necessariamente gestito da chi ha molto denaro da investire per speculare nel mercato sia un modello negativo che si presta ad uno sfruttamento commerciale che non è favorevole ai lavoratori. Abbiamo visto come le megastrutture commerciali in generale siano frutto di un modello capitalistico che favorisce una logica consumistica che produce fenomeni di perdita di valore del lavoro artigianale e induce a comportamenti di scarsa considerazione per i lavoratori. Si deve evitare che ci siano dei gestori a fare una selezione fra i lavoratori e che dettino le regole e le condizioni a lavoratori che specialmente se stranieri possono essere facilmente sottoposti a ricatti economici. Si deve sostenere l’autoimprenditorialità e l’autogestione. Questo richiederà uno sforzo informativo e anche formativo per una categoria di lavoratori che fino ad oggi ha vissuto in un sistema abolizionista che ha prodotto condizioni di lavoro precarie e non ha favorito l’autonomia. Per questo non vogliamo  grandi bordelli come quelli che abbiamo alle nostre frontiere, come in Austria.  Ma si deve consentire che i lavoratori si organizzino in piccole strutture per mutuo aiuto e si auto-organizzino.

Le persone italiane e straniere legalmente presenti sul territorio dello Stato italiano che  abitualmente e in maniera continuativa traggono il proprio reddito totalmente o in maggior parte dalla prestazione di servizi sessuali od erotici sono da ritenersi lavoratori occupati agli effetti previdenziali e fiscali e dovranno avere la possibilità di aprire una posizione all’INPS e fare una dichiarazione dei propri redditi  al fine del pagamento IRPEF.

Chi avendo altra attività lavorativa principale presta servizi sessuali a pagamento solo occasionalmente dovrà solamente dichiararne il reddito percepito nella dichiarazione IRPEF.

 Chi da e chi compra servizi sessuali  sottostà  alla legge di responsabilità civile per eventuali danni derivanti dal proprio comportamento, anche in materia di salute.

In tema di salute pubblica e prevenzione devono essere seguite e applicate  le linee guida definite da OMS e UNAIDS relative alle raccomandazioni per il sex work. Usare ogni strumento per prevenire, cominciando dalla diffusione di informazioni corrette e  garantire l’accessibilità volontaria ai servizi sanitari pubblici per controlli preventivi e la cura delle IST e di altre patologie infettive deve essere garantito dal Servizio Sanitario Nazionale.

Parallelamente uno sforzo per sensibilizzare gli attori sociali le istituzioni all’accoglienza non discriminatoria delle nuove figure professionali, provvedendo corsi di aggiornamento rivolti alle diverse realtà pubbliche e private  che offrono servizi previdenziali, di ordine pubblico, sanitari, bancari e assicurativi, ecc affinché si superi l’atteggiamenti di stigma e pregiudizio che ostacolano la completa integrazione di questi lavoratori.