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Un ‘puttantour’ letterario tra prostitute e scarafaggi PDF Stampa E-mail

Presentata l’opera prima di Giovanna De Simone, un viaggio dolceamaro nella vita degli operatori dei centri anti-tratta

avantiilprossimo (1)di Silvia Franzoni

Non è un libro di saggistica, ma di narrativa sociale: ‘Avanti il prossimo. Storie di ordinaria prostituzione’ (Bianca e Volta Edizioni) è però anche un ‘parto trigemellare’, date le tante problematicità che le trecentosettanta e passa pagine si portano addosso. Ci si intenda: non è un libro difficile. “Si legge facilmente – presenta questa mattina Paola Castagnotto, presidente Centro Donna e Giustizia di Ferrara – perché ha grande leggerezza narrativa, ma anche grande profondità: ti dà delle gran sberle allo stomaco, e direi che ne abbiamo bisogno ora che stiamo entrando in una fase letargica”.

Gli uomini, i topi e gli scarafaggi, infatti, “sono gli unici che si abituano a tutto”, come scrive nella sua opera prima Giovanna De Simone, da dieci anni operatrice presso un centro anti-violenza ed anti-tratta di Ferrara. La sua scrittura sferzante, fin dai primi capoversi, ci immerge in un mondo di salvatori e salvati, il suo, in cui la protagonista Tina, operatrice sociale, fa i conti con se stessa.


In questo ‘puttantour’ letterario “si smembrano i pregiudizi – evidenzia l’editrice triestina Antonietta Benedetti – si svela la realtà dietro gli stereotipi del politicamente corretto”: la prostituzione diventa la chiave di lettura della società, “perché in un certo senso si prostituiscono tutti, le impiegate, le colleghe, le operatrici – spiega De Simone davanti ad una libreria Feltrinelli pienissima – tutti affittano qualcosa, il proprio corpo, la propria arte, anche voi, che affittate il vostro tempo ora ad ascoltarmi”.

avantiilprossimo (2)Di politically correct, dunque, non c’è neppure l’ombra: “ho scritto di tanti argomenti – continua – ma senza sacralità, dal femminismo alle giornate dedicate, sempre dissacrandole, interrogandomi su cosa davvero abbiamo conquistato noi femministe, chiedendomi che differenza ci sia tra un integralista islamico che vuole le donne coperte da testa a piedi e l’uomo medio occidentale che si sente legittimato allo stupro se una donna indossa una minigonna”.

È un libro ironico: solo una risata può controbilanciare la sofferenza delle protagoniste Tina e Blessing; ma non è “un plastico di Bruno Vespa”. Non sono state sbattute sulle pagine le atrocità, i dettagli morbosi delle disgrazie altrui: ci sono solo le persone, il loro oscillare, le loro cadute negli inferi.

Il tempo della storia è un anno solare, scandito da capitoli-giornate, dalla realtà che cozza sulla “armatura di pregiudizi [che si indossa] per non soccombere al vortice inevitabile di pensieri”. E gli operatori sono i primi “portatori di tutti i pregiudizi – continua l’autrice – ma loro li sanno analizzare”. Tina, la donna perfetta, è terrorizzata dagli scarafaggi e architetta di tutto per scacciarli dal suo bagno con una veloce spruzzata di Baygon: è immediata la metafora con la vita reale, con la nostra paura per lo straniero.

“Ma qui il Baygon è una violenza che non funziona, ed è solo una faccia della contraddizione in tutta la situazione perché – conclude – questi nuovi schiavi, a noi, in fondo, ci fanno comodo: dal cinese che fa orli a tre euro al pakistano che ha quello che ci serve alle 11 di sera”. Niente spray, ma “una “politica di welfare vera, lo Stato sociale dovrebbe occuparsi di chi non ha”.