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Cantiere Prostituzione e LibertÓ - settembre 2002 PDF Stampa E-mail

Premessa

Noi vorremmo una legge che garantisse libertà, dignità e sicurezza per tutte/i coloro che si prostituiscono.  Siamo quì obbligate/i a seguire un percorso disegnato dal  legislatore e che non condividiamo ma che volentieri analizziamo.

 

Diciamo subito che la proposta governativa è coerente col nuovo modello di controllo sociale che tutte le destre al governo in Europa stanno applicando.

E’ utile allora chiarire questa nuova strategia. Si tratta di predisporre veri e propri strumenti bellici (militari, polizieschi, legislativi) per l’esclusione di soggetti e gruppi che non offrono incondizionata lealtà al modello politico dominante. In questo nuovo clima viene ridefinita la strategia del controllo. Nessun rilievo è attribuito alle condizioni sociali, al contesto nel quale i soggetti agiscono. Lo spazio della nostra convivenza, l’habitat umano in cui siamo immersi, cessa di essere un contesto sociale determinato, eventualmente da correggere e cambiare, e diventa più semplicemente un mero contesto fisico – spaziale su cui sperimentare strategie di controllo militare. La nuova strategia è applicata a determinati gruppi, a determinate categorie di soggetti e si alimenta di un immaginario sociale costruito sulla sicurezza e sul rischio.

La paura ne è la tonalità emotiva dominante.

Ciò che ci colpisce leggendo queste “disposizioni in materia di prostituzione” è l’assenza di riferimenti alla complessità del fenomeno; e infatti il legislatore parte dal presupposto che le prostitute/i sono un gruppo sociale potenzialmente deviante, i cui comportamenti si tratta di prevedere e prevenire. La conclusione scontata è che la condizione giuridica proposta viene determinata in un contesto emergenziale. Nella lunga storia delle emergenze italiane, dall’emergenza terrorismo all’emergenza mafia, all’emergenza criminalità, quella costruita ad hoc per le prostitute e i migranti in genere è la più pericolosa per la convivenza democratica, perché in essa agiscono paure, inquietudini, angosce, razzismi.


La situazione italiana

Anche da noi la prostituzione non è un’escrescenza, una patologia da rimuovere con una qualche operazione chirurgica; non alligna come un germe patogeno nel corpo sano della nostra società. Ne è invece una manifestazione conseguente. Non è una nostra presunzione assumerlo perciò come un paradigma della nostra società post-moderna e globalizzata. Chi ha una qualche familiarità con il problema, sa che il mondo prostituzionale ha una sua specificità: accanto alle autoctone (un’esigua minoranza, in strada sono meno del 10%) ci sono le immigrate, giovani e giovanissime, senza diritti, clandestine e criminalizzate, ma visibilissime (le stime parlano di almeno 20.000 in strada). Ci sono poi altre figure, dai transgender agli uomini prostituti. Sono il mercato del sesso e la particolare domanda che lo governa a determinare questa composizione. La sua nuova fisionomia risale alla fine degli anni ’80, orientarsi in questo labirinto non è semplice.

Dopo anni di inerzia legislativa, nonostante le sollecitazioni non siano mai mancate, oggi qualcuno vorrebbe regolamentare il settore, ma il fenomeno è diventato talmente complesso che difficilmente una legge lo renderà governabile. Basti pensare all’intreccio di criminalità e immigrazione e, al suo interno, a quello di criminalità e prostituzione.


I diritti

Ci sono principi irrinunciabili con cui ripensare la politica sulla prostituzione. Sarebbe sufficiente l’applicazione di taluni articoli della nostra Costituzione: gli articoli 3, art.10 comma 3,  art. 13, 14, 16, 26. Ma in primo luogo va sancita l’affermazione del diritto di autodeterminazione di chi decide di prostituirsi: donne, uomini e transgender, italiane/i e straniere/i, persone adulte e libere da vincoli di servitù e dipendenze. Così come il diritto di sottrarsi alla prostituzione e allo sfruttamento. Nessuno di questi diritti trova spazio nella proposta di legge governativa, che ha come obiettivo ultimo la messa al bando dell’esercizio della prostituzione. Le straniere/i sono scomparse/i dalle nuove disposizioni. Sospettiamo che il relatore abbia tenuto conto della legge Bossi Fini decretandone a priori il successo!. Pensiamo in particolare all’articolo 2 della proposta e ai suoi sette commi: nessuna immigrata/o anche volendolo fare potrà comunicare la sua scelta al questore (comma 1) o sottoporsi all’esame dell’azienda sanitaria per ricevere un certificato di idoneità (comma 2). Vale per le straniere/i quanto detto nella nostra premessa: l’appartenenza ad una determinata categoria (quella di migrante e di prostituta) è la loro maledizione. Le nuove disposizioni dovrebbero valere allora solo per le autoctone, purchè pratichino la prostituzione all’interno di una privata dimora (articolo 1, comma 2) e si sottopongano agli adempimenti previsti dall’articolo 2 (certificazioni sanitarie). Perché questo misconoscimento dei diritti?


Il lavoro

Non crediamo che per ottenere il rispetto dei diritti civili si debba per forza essere lavoratrici/tori. D’altra parte la proposta di legge in esame evita accuratamente di classificare la prostituzione come un lavoro. Molto più genericamente parla di esercizio con obblighi e senza diritti. L’idea di ancorare cittadinanza e diritti al lavoro è stata accolta anche dalla nostra Costituzione, il che non ne garantisce l’effettualità per l’oggi. Il tema è controverso anche al nostro interno. C’è ad esempio chi preferisce alla parola classica di prostituta il neologismo di sex worker, che vale per le sole autoctone ed esclude le migranti (vedi l’esempio dell’Olanda). Il nuovo status sarebbe un modo per separare le sex worker da tutte le altre: visibilità, diritti, autoriconoscimento sociale e quant’altro sarebbero appannaggio delle prime; marginalità, invisibilità, illegalità finirebbero col marchiare le seconde. Le prime si trasformerebbero in professioniste con qualche diritto mentre le seconde resterebbero fuori dalla legge (vedi Olanda). Comunque sia, è della nostra condizione di prostitute/i che parliamo. E’ dei nostri corpi al lavoro. Che si tratti di puro esercizio oppure di lavoro autonomo di seconda o terza generazione, il problema resta. Da sempre le persone prostitute sono state stigmatizzate nella nostra società, subiscono vessazioni e sono emarginate. La senatrice Merlin con la sua legge tentò di affrancarle dalla condizione di escluse riuscendoci solo in parte. Non possiamo infatti non vedere che persino quelle parti della sua legge che ci tutelano sono state e sono violate. Alludiamo alla repressione delle forze dell’ordine che hanno spesso applicato etichette e ci hanno messe al bando togliendoci di fatto la libertà di movimento. Ancora oggi non crediamo che basterebbe dichiarare che il nostro lavoro è uguale a qualunque altro per apparire socialmente accettabili. Sappiamo che ci vogliono anni per cancellare lo stigma. In questa situazione quante persone (qui parliamo solo di autoctone) che praticano la prostituzione si sottometterebbero tranquillamente agli adempimenti formali contemplati dall’articolo 2? Quanti vorrebbero vederlo scritto su un qualunque documento o certificato? Quanti dei familiari di queste persone lo accetterebbero come un fatto normale? Quanti figli/e crescerebbero serenamente? La nostra società non è ancora pronta a questo e neppure le prostitute/i lo sono.

Ciò nonostante una soluzione intermedia è possibile, proprio nel rispetto della libera scelta individuale. A chi vuole considerare la prostituzione un lavoro autonomo a tutti gli effetti, proprio perché la esercita, si offra la possibilità di ottenere un codice per pagare i tributi Irpef, l’Irap e i contributi previdenziali. Si tratta di una chance per coloro che reputano essere la propria condizione di prostituta/o un’attività lavorativa e non temono discriminazioni. Questa soluzione può riguardare le/i immigrate/i irregolari? La prostituta/o migrante non trova rappresentazione alcuna nello Stato: bollata come clandestina, per lo Stato e la sua amministrazione non esiste. Questa condizione non contraddice la sua realtà lavorativa: è sulla strada, esposta e visibile e contata come tale. C’è ma non è inclusa. Il solo fatto di esserci suscita inquietudine e preoccupazione. E’ questo il motivo per cui viene ricondotta entro una fitta rete di controllo e repressione?

Noi chiediamo anche per le straniere irregolari che lo desiderino la possibilità di autocertificarsi e di ottenere un permesso di soggiorno in quanto cittadine economicamente attive.

E’ nostra opinione che questo sia il solo modo di sottrarle alla dipendenza e allo sfruttamento in cui esse si trovano a seguito dello stato di immigrate irregolari.


I luoghi della prostituzione

L’idea di svuotare le strade dalle persone dedite alla prostituzione (articolo 1 comma 1) è semplicemente velleitaria. Infatti non saranno i tre anni e mezzo di reclusione (articolo 1 comma 5) a bloccare l’esodo biblico di uomini e donne in fuga da fame e guerre. Neppure una politica di inclusione per quote può essere risolutiva. E’ il limite insuperabile di ogni politica prostituzionale. Essa non è applicabile alle prostitute/i migranti clandestine/i per giocoforza proprio perché c’è e ci sarà sempre una differenza senza misura tra la moltitudine dei sopranumerari e la massa degli inclusi. Si tratta di un sovrappiù semplicemente indigeribile.

Se lo Stato non ha come obiettivo quello di riempire le carceri (che già straripano), deve permettere delle zone di “libera prostituzione” Pur non condividendo totalmente l’idea di ZONE che rischiano comunque di essere dei ghetti, possiamo accettare che i Comuni individuino sul proprio territorio delle ZONE dove non sia vietato prostituirsi. Ma a patto che a tale scelta partecipino anche le persone che si prostituiscono, le organizzazioni del volontariato che ne tutelano i diritti e i rappresentanti dei cittadini dei quartieri. Solo così si può cominciare un percorso partecipato di coscientizzazione dell’impatto del fenomeno e di migliore gestione del territorio. Avere le prostitute/i riunite/i in ZONE conosciute facilita inoltre gli interventi di riduzione del danno e quelli di informazione e prevenzione come già abbiamo avuto modo di sperimentare in progetti pilota sostenuti anche da alcune amministrazioni locali [1] .

Il progetto governativo invece per l’esercizio della prostituzione ingiunge “l’interno di una privata dimora” (articolo 1 comma 2) di cui l’azienda sanitaria locale deve certificare l’idoneità igienico sanitaria (articolo 2 comma 2b). In verità molte prostitute preferirebbero lavorare in casa. Quando parliamo di casa intendiamo parlare di uno spazio privato che secondo l’articolo 14 della nostra Costituzione è inviolabile. Pertanto ogni regola che assimili il domicilio ai pubblici esercizi non si giustifica. Vi sono delle regole sull’abitabilità degli alloggi che crediamo siano sufficienti. Consentendo la prostituzione in casa, molte persone eviteranno le strade, ma non tutte o tutti possono permettersi una casa. Pensiamo di nuovo alle straniere che non trovano facilmente un appartamento, alle tossicodipendenti che solo occasionalmente e senza essere in grado di organizzarsi cercano clienti; a chi desidera avere degli incontri solo occasionalmente per affrontare un’emergenza finanziaria; a chi, infine, è in totale mancanza di risorse in un momento difficile e decide di risolvere i problemi raccattando qualche soldo lì per lì.

Dopo la strada e l’appartamento, i locali. Non possiamo fingere di non vedere che esistono centinaia di locali di intrattenimento che ospitano al loro interno giovani donne che si dedicano anche alla prostituzione. La legge Merlin lo vieta, e tale norma ha consentito la discriminazione delle persone prostitute che anche solo per divertirsi volevano frequentare un locale. Per timore di una denuncia per favoreggiamento, spesso le prostitute/i erano cacciate/i dai gestori. Chi le accetta spesso le sfrutta per trarne lauti profitti che compensino il rischio. Fare chiarezza in questo settore è assolutamente necessario per evitare discriminazione e sfruttamento. Non vogliamo che la prostituzione sia organizzata da imprenditori né che si trasformino i locali di divertimento in bordelli. Proponiamo che si elimini la norma che vieta alle prostitute/i di frequentare qualsiasi tipo di locale pubblico perché è discriminatoria. Nello stesso tempo è ragionevole pensare che come per tutti i cittadini anche per le persone che si prostituiscono  non sia lecito consumare rapporti sessuali all’interno di qualsiasi locale pubblico. Gli alberghi invece non devono respingere le persone che si presentano con documenti regolari; gli incontri fra due persone maggiorenni all’interno di una camera o di un appartamento preso in affitto e regolarmente pagato non dovrebbero essere affari di nessuno.


Favoreggiamento e sfruttamento

Nella proposta non è ben delineato come il legislatore intende punire chi sfrutta la prostituzione.

In più punti il testo non offre le garanzie di chiarezza e precisione della legge penale, previste dalla Costituzione.

Il delitto di sfruttamento richiede la doppia modalità della violenza e del fine di trarre profitto. Ma non è già sufficiente una modalità alla volta per aversi coazione?

Sono abrogati i vari reati dell’art. 3 della legge Merlin ( tranne quello del n. 7 – attività in associazioni -  che è punito oggi da due a sei anni di reclusione ), eppure il testo ( all’art. 1, n. 3 ) richiama ancora il reato di favoreggiamento. E  l’agevolazione? Abrogato il n. 4, resta solo l’agevolazione delle associazioni e organizzazioni.  Noi crediamo che vi debba essere chiarezza nella definizione dello sfruttamento e delle relative sanzioni.

Il favoreggiamento è un reato assurdo se utilizzato fine a se stesso e da anni chiediamo venga eliminato, abbiamo visto crearsi il vuoto attorno alle persone prostitute a causa di questo reato e aumentare lo sfruttamento anche da parte di chi semplicemente affitta un alloggio. Recentemente alcuni giudici hanno condannato per favoreggiamento chi vende i preservativi alle prostitute, dimostrando una totale mancanza di responsabilità verso i problemi di salute pubblica e di diffusione delle Malattie trasmissibili sessualmente. In tempi di AIDS e con la fatica che tutti facciamo a incoraggiare l’uso del preservativo ci sembra che una simile sentenza sia criminosa.


Controlli Sanitari

Ogni controllo sanitario coercitivo è una violazione dei diritti umani.

Sottoporre una specifica categoria (le prostitute) a controlli di massa è discriminatorio a meno che non sia imposto a tutte le persone sessualmente attive.

Tale proposta si basa sul presupposto che un opera di screening  “di massa” , rivolta a una parte di popolazione che si espone frequentemente a situazioni di potenziale rischio (pratiche sessuali a pagamento in questo caso), possa costituire un efficace strumento di prevenzione della diffusione dell’Aids.

Come in passato, ribadiamo le nostre ragioni contro questa ipotesi:

l’eventuale obbligatorietà del test (o addirittura l’ipotesi di introduzione del Trattamento Sanitario Obbligatorio) non farà altro che spaventare e allontanare le persone che si prostituiscono dai servizi di screening invece che avvicinarle, soprattutto a fronte del fatto che le persone che si prostituiscono sono oggi in maggioranza straniere.  Così il test diventerà paradossalmente motivo di fuga, vanificando la possibilità di conoscere, ed eventualmente migliorare, le proprie condizioni di salute.  Non è certo un caso che anche la Commissione Nazionale Aids consideri l’ipotesi del Trattamento Sanitario Obbligatorio come estremamente dannosa per la tutela della salute pubblica;

il test per la ricerca dell’ Hiv non ha alcun valore preventivo qualunque sia la fascia di popolazione a cui è rivolto, per il semplice motivo che si tratta di un test ‘diagnostico’, cioè di un esame che al massimo può confermare (o meno) la presenza del virus Hiv, e non certo prevenire il contagio di per se;

il test non registra la presenza del virus nel sangue, ma solamente la presenza di anticorpi specifici.  Dal momento in cui una persona entra in contatto con il virus Hiv devono passare dalle 4 settimane ai 3- 6 mesi (il cosiddetto “periodo finestra”) perché il sistema immunitario produca anticorpi che siano individuabili dal test.  Il test nel periodo finestra darà quindi sempre un risultato ‘negativo’, anche se la persona è già a tutti gli effetti un ‘portatore asintomatico’ in grado di trasmettere l’infezione: in uno scenario di screening di massa (decine di migliaia di persone,  se consideriamo solo le persone che si prostituiscono) non poche persone potrebbero trovarsi in questa situazione;

il test non costituisce in alcun modo una “garanzia di immunità”: il fatto che risulti ‘negativo’ oggi non previene assolutamente la possibilità di comportamenti a rischio (e quindi la possibilità di infezione) domani; anzi si corre il rischio di interpretare un esito “negativo” come una sorta di “patente di negatività” che concorrerebbe a generare un pericolosissimo e falso senso di sicurezza;

la responsabilità in un rapporto sessuale, ovviamente consenziente anche se a pagamento, è sempre da dividere al 50% fra i partners coinvolti.  Questo ci porta a considerare  la figura dei ‘clienti’ che, solo nel nostro paese, sono stimati intorno a 9 milioni.  Per avviare una campagna di screening di massa, anche senza tener conto del fatto che moltissimi clienti hanno a loro volta famiglie e partners,  sarebbe necessaria una quantità spropositata di risorse (umane, economiche, gestionali, logistiche) e tempi lunghissimi. Il tutto senza ottenere alcun risultato in termini di prevenzione, per i motivi fin qui illustrati!

è ancora una volta paradossale verificare che mentre il mondo politico (o una parte rilevante) invoca misure drastiche, come appunto lo screening obbligatorio di massa per le persone che si prostituiscono, la stragrande maggioranza dei clienti non ha mai con se i profilattici e più del 50% continua a pretendere rapporti sessuali non protetti, arrivando anche a triplicare la “tariffa” richiesta.  Chi deve essere protetto da chi? Chi rischia di infettare chi? A quando una campagna di prevenzione rivolta ai clienti?; a coloro i quali obiettano che le “case chiuse” sarebbero una ottima soluzione, per coniugare ordine e pubblica sicurezza  con questioni di ordine epidemiologico e sanitario, ricordiamo che contrarre malattie veneree, fra cui la sifilide, era pratica comune andando per i tanto rimpianti ‘bordelli’.  Oltretutto la ragione principale per cui furono abolite (a partire dall’applicazione della Legge Merlin) stava proprio nell’altissimo tasso di sfruttamento e coercizione a cui erano assoggettate le donne che vi si prostituivano.

Non vi è comunque alcun fondamento scientifico nella decisione di sottoporre obbligatoriamente le prostitute a dei controlli per salvaguardare la salute dei cittadini. Le ricerche epidemiologiche sulle prostitute in Europa e nei paesi occidentali in generale dimostrano che le prostitute “professioniste” hanno una bassa incidenza di infezioni. E’ noto a tutti che l’uso sistematico dei profilattici ha ridotto e riduce la diffusione delle MTS [2] , e quindi prendendone atto vi sono solo alcune azioni propedeutiche da raccomandare: favorire l’uso del profilattico, renderlo maggiormente disponibile contenendone il prezzo e fare delle adeguate campagne informative. Alcune ricerche dimostrerebbero che fra le persone straniere che esercitano la prostituzione vi sarebbe una incidenza di MTS e HIV superiore a quella della popolazione generale,in alcuni casi questo fatto è causato dall’uso di droghe, ma in altri la causa è da individuare nella poca contrattualità delle persone straniere  irregolarmente soggiornanti nel nostro paese e in Europa. La loro condizione precaria di vita determina un serio deterioramento delle condizioni di salute con conseguenze nella diffusione delle malattie infettive [3]

Purtroppo è il cliente che spesso non vuole usare il preservativo e mette in pratica delle strategie per ottenere il suo scopo: offre più denaro, minaccia di andare da un’altra che lo fa senza preservativo, rompe il preservativo durante il rapporto o lo sfila di nascosto ecc..

E’ noto che i clienti offrono molto più denaro di quello richiesto per poter avere rapporti non protetti e capita che se ne vadano in giro ad infettare sia le prostitute che la propria compagna, eppure non si pensa neanche per un attimo di affrontarli e obbligarli ai controlli, come se costoro non avessero responsabilità alcuna. Sono trattati al pari di persone incapaci d’intendere mentre chi si prostituisce è per il legislatore un/a potenziale criminale. Ma se mai dovesse passare questa proposta non sapiamo cosa capiterà a chi non è idoneo/a ad esrcitare la professione. Sappiamo che il carcere è sicuro per chi viola le regole, ma se una persona ha una malattia per ora incurabile come l’hiv? Avrà diritto ad un risarcimento o ad una pensione? Dal momento che paga le tasse, la previdenza e la sanità dovrebbe essere così, le malattie professionali dovrebbero essere riconosciute o finiremo come i tanti lavoratori ammalati e morti senza giustizia? In alcuni paesi dove soppravive la vecchia abitudine di sottoporre le prostitute ai controlli obbligatori esse sfuggono e solo una piccola percentuale è registrata, non vi sono casi di malattie serie, né capita quasi mai che qualcuna s’infetti. Anche alla luce di questi esempi non si capisce il senso di tale scelta sia in terminidi salute pubblica che di costi organizzativi.

Essere prostitute non è di per sé un rischio, lo è avere rapporti non protetti. Sotto questo aspetto non vi è dubbio che la maggioranza delle cittadine e cittadini che non si prostituiscono sono molto più a rischio. Servono programmi di informazione sulla prevenzione rivolta alle/ai sex workers ma anche ai clienti e specialmente ai giovani e alle donne che sembrano essere più esposti al rischio dell’AIDS.

Ricordiamo che fare leggi che costringano le persone che praticano la prostituzione alla clandestinità, non fa che aumentare i loro bisogni e quindi a peggiorare le condizioni di lavoro con il conseguente aumento di ogni tipo di rischio.

Infine vogliamo ricordare la risoluzione WHA 45.35 dell’Assemblea dell’OMS che dichiara che non c’è nessun fondamento logico sanitario per qualunque misura che limiti i diritti degli individui, in particolare misure che stabiliscono screening obbligatori. La risoluzione della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite 4/3/94 che ricorda che le misure anti discriminazione formano parte integrante di una strategia di intervento efficace (in tema AIDS). Il nostro paese ha recepito queste raccomandazioni nella legge 135/1990. [4]


Conclusioni

Siamo convinte che non vi sia piena consapevolezza da parte dei legislatori sulle conseguenze che  l’applicazione di una simile legge avrebbe per le persone coinvolte, ma anche per le istituzioni che si vorrebbero preposte a tale disegno. L’applicazione di una si fatta legge e le conseguenti violazioni che ne deriverebbero aggraverebbero non solo le condizioni delle persone che si prostituiscono, ma anche quelle delle famiglie dei clienti, delle aziende sanitarie, delle carceri.

La condizione delle prostitute irregolari in generale peggiorerebbe e lo sfruttamento aumenterebbe, soprattutto si creerebbero due mercati paralleli uno legale ed uno illegale in concorrenza fra loro quindi peggiorando per entrambi la contrattualità. Ma ancora più grave sarebbe l’assenza di garanzie per il rispetto della dignità e dei diritti delle persone prostitute in contrasto con gli indirizzi degli organismi internazionali (UN e OMS) e della Costituzione.




[1] “ZONING” Comune di Venezia – Assessorato Politiche Sociali- Assessorato alla Polizia Municipale, gennaio 2002;

Progetto Free Woman, Comune di Venezia Rapporto 96/97/98;

Rimini e la prostituzione, Quaderni di città sicure, supplemento del periodico della R. Emilia Romagna, 1996

Servizi In Vetrina, Manuale per interventi nel mondo della prostituzione Migrante, ed.Asterios Trieste 2001;



[2] Day S. Ward H. STD Control and Commercial Sex Workers. Genitourin. Med. 1997;73


[3] Società Italiana di Medicina delle Migrazioni,”Tertio Millenium Ineunte: migration,new scenarios for old problems”; Erice, maggio 2002


[4] Per  leggi ed etica si vedano i lavori del Centro Internazionale Studi e Ricerche sui problemi Etici,Giuridici e Medico-legali relativi all’AIDS in  AIDS Leggislazione Europea,a cura di Cattorini P. Morelli D. e Zanchetti M., Istituto Scientifico H San Raffaele Europa Scienze Umane Editrice,Milano 1996