Premessa
Noi vorremmo una legge che
garantisse libertà, dignità e sicurezza per tutte/i coloro che si
prostituiscono. Siamo quì obbligate/i a seguire un percorso disegnato
dal legislatore e che non condividiamo ma che volentieri analizziamo.
Diciamo subito che la proposta governativa è coerente col nuovo
modello di controllo sociale che tutte le destre al governo in Europa
stanno applicando.
E’ utile allora chiarire questa nuova
strategia. Si tratta di predisporre veri e propri strumenti bellici
(militari, polizieschi, legislativi) per l’esclusione di soggetti e
gruppi che non offrono incondizionata lealtà al modello politico
dominante. In questo nuovo clima viene ridefinita la strategia del controllo.
Nessun rilievo è attribuito alle condizioni sociali, al contesto nel
quale i soggetti agiscono. Lo spazio della nostra convivenza, l’habitat
umano in cui siamo immersi, cessa di essere un contesto sociale
determinato, eventualmente da correggere e cambiare, e diventa più
semplicemente un mero contesto fisico – spaziale su cui sperimentare
strategie di controllo militare. La nuova strategia è applicata a
determinati gruppi, a determinate categorie di soggetti e si alimenta
di un immaginario sociale costruito sulla sicurezza e sul rischio.
La paura ne è la tonalità emotiva dominante.
Ciò che ci colpisce leggendo queste “disposizioni in materia di prostituzione”
è l’assenza di riferimenti alla complessità del fenomeno; e infatti il
legislatore parte dal presupposto che le prostitute/i sono un gruppo
sociale potenzialmente deviante, i cui comportamenti si tratta di
prevedere e prevenire. La conclusione scontata è che la condizione
giuridica proposta viene determinata in un contesto emergenziale. Nella
lunga storia delle emergenze italiane, dall’emergenza terrorismo
all’emergenza mafia, all’emergenza criminalità, quella costruita ad hoc
per le prostitute e i migranti in genere è la più pericolosa per la
convivenza democratica, perché in essa agiscono paure, inquietudini,
angosce, razzismi.
La situazione italiana
Anche
da noi la prostituzione non è un’escrescenza, una patologia da
rimuovere con una qualche operazione chirurgica; non alligna come un
germe patogeno nel corpo sano della nostra società. Ne è invece una
manifestazione conseguente. Non è una nostra presunzione assumerlo
perciò come un paradigma della nostra società post-moderna e
globalizzata. Chi ha una qualche familiarità con il problema, sa che il
mondo prostituzionale ha una sua specificità: accanto alle autoctone
(un’esigua minoranza, in strada sono meno del 10%) ci sono le
immigrate, giovani e giovanissime, senza diritti, clandestine e
criminalizzate, ma visibilissime (le stime parlano di almeno 20.000 in
strada). Ci sono poi altre figure, dai transgender agli uomini
prostituti. Sono il mercato del sesso e la particolare domanda che lo
governa a determinare questa composizione. La sua nuova fisionomia
risale alla fine degli anni ’80, orientarsi in questo labirinto non è
semplice.
Dopo anni di inerzia legislativa, nonostante le
sollecitazioni non siano mai mancate, oggi qualcuno vorrebbe
regolamentare il settore, ma il fenomeno è diventato talmente complesso
che difficilmente una legge lo renderà governabile. Basti pensare
all’intreccio di criminalità e immigrazione e, al suo interno, a quello
di criminalità e prostituzione.
I diritti
Ci
sono principi irrinunciabili con cui ripensare la politica sulla
prostituzione. Sarebbe sufficiente l’applicazione di taluni articoli
della nostra Costituzione: gli articoli 3, art.10 comma 3, art. 13,
14, 16, 26. Ma in primo luogo va sancita l’affermazione del diritto di
autodeterminazione di chi decide di prostituirsi: donne, uomini e
transgender, italiane/i e straniere/i, persone adulte e libere da
vincoli di servitù e dipendenze. Così come il diritto di sottrarsi alla
prostituzione e allo sfruttamento. Nessuno di questi diritti trova
spazio nella proposta di legge governativa, che ha come obiettivo
ultimo la messa al bando dell’esercizio della prostituzione. Le
straniere/i sono scomparse/i dalle nuove disposizioni. Sospettiamo che
il relatore abbia tenuto conto della legge Bossi Fini decretandone a
priori il successo!. Pensiamo in particolare all’articolo 2 della
proposta e ai suoi sette commi: nessuna immigrata/o anche volendolo
fare potrà comunicare la sua scelta al questore (comma 1) o sottoporsi
all’esame dell’azienda sanitaria per ricevere un certificato di
idoneità (comma 2). Vale per le straniere/i quanto detto nella nostra
premessa: l’appartenenza ad una determinata categoria (quella di
migrante e di prostituta) è la loro maledizione. Le nuove disposizioni
dovrebbero valere allora solo per le autoctone, purchè pratichino la
prostituzione all’interno di una privata dimora (articolo 1, comma 2) e
si sottopongano agli adempimenti previsti dall’articolo 2
(certificazioni sanitarie). Perché questo misconoscimento dei diritti?
Il lavoro
Non
crediamo che per ottenere il rispetto dei diritti civili si debba per
forza essere lavoratrici/tori. D’altra parte la proposta di legge in
esame evita accuratamente di classificare la prostituzione come un
lavoro. Molto più genericamente parla di esercizio con obblighi e senza
diritti. L’idea di ancorare cittadinanza e diritti al lavoro è stata
accolta anche dalla nostra Costituzione, il che non ne garantisce
l’effettualità per l’oggi. Il tema è controverso anche al nostro
interno. C’è ad esempio chi preferisce alla parola classica di
prostituta il neologismo di sex worker, che vale per le sole autoctone
ed esclude le migranti (vedi l’esempio dell’Olanda). Il nuovo status
sarebbe un modo per separare le sex worker da tutte le altre:
visibilità, diritti, autoriconoscimento sociale e quant’altro sarebbero
appannaggio delle prime; marginalità, invisibilità, illegalità
finirebbero col marchiare le seconde. Le prime si trasformerebbero in
professioniste con qualche diritto mentre le seconde resterebbero fuori
dalla legge (vedi Olanda). Comunque sia, è della nostra condizione di
prostitute/i che parliamo. E’ dei nostri corpi al lavoro. Che si tratti
di puro esercizio oppure di lavoro autonomo di seconda o terza
generazione, il problema resta. Da sempre le persone prostitute sono
state stigmatizzate nella nostra società, subiscono vessazioni e sono
emarginate. La senatrice Merlin con la sua legge tentò di affrancarle
dalla condizione di escluse riuscendoci solo in parte. Non possiamo
infatti non vedere che persino quelle parti della sua legge che ci
tutelano sono state e sono violate. Alludiamo alla repressione delle
forze dell’ordine che hanno spesso applicato etichette e ci hanno messe
al bando togliendoci di fatto la libertà di movimento. Ancora oggi non
crediamo che basterebbe dichiarare che il nostro lavoro è uguale a
qualunque altro per apparire socialmente accettabili. Sappiamo che ci
vogliono anni per cancellare lo stigma. In questa situazione quante
persone (qui parliamo solo di autoctone) che praticano la prostituzione
si sottometterebbero tranquillamente agli adempimenti formali
contemplati dall’articolo 2? Quanti vorrebbero vederlo scritto su un
qualunque documento o certificato? Quanti dei familiari di queste
persone lo accetterebbero come un fatto normale? Quanti figli/e
crescerebbero serenamente? La nostra società non è ancora pronta a
questo e neppure le prostitute/i lo sono.
Ciò nonostante
una soluzione intermedia è possibile, proprio nel rispetto della libera
scelta individuale. A chi vuole considerare la prostituzione un lavoro
autonomo a tutti gli effetti, proprio perché la esercita, si offra la
possibilità di ottenere un codice per pagare i tributi Irpef, l’Irap e
i contributi previdenziali. Si tratta di una chance per coloro che
reputano essere la propria condizione di prostituta/o un’attività
lavorativa e non temono discriminazioni. Questa soluzione può
riguardare le/i immigrate/i irregolari? La prostituta/o migrante non
trova rappresentazione alcuna nello Stato: bollata come clandestina,
per lo Stato e la sua amministrazione non esiste. Questa condizione non
contraddice la sua realtà lavorativa: è sulla strada, esposta e
visibile e contata come tale. C’è ma non è inclusa. Il solo fatto di
esserci suscita inquietudine e preoccupazione. E’ questo il motivo per
cui viene ricondotta entro una fitta rete di controllo e repressione?
Noi
chiediamo anche per le straniere irregolari che lo desiderino la
possibilità di autocertificarsi e di ottenere un permesso di soggiorno
in quanto cittadine economicamente attive.
E’ nostra
opinione che questo sia il solo modo di sottrarle alla dipendenza e
allo sfruttamento in cui esse si trovano a seguito dello stato di
immigrate irregolari.
I luoghi della prostituzione
L’idea
di svuotare le strade dalle persone dedite alla prostituzione (articolo
1 comma 1) è semplicemente velleitaria. Infatti non saranno i tre anni
e mezzo di reclusione (articolo 1 comma 5) a bloccare l’esodo biblico
di uomini e donne in fuga da fame e guerre. Neppure una politica di
inclusione per quote può essere risolutiva. E’ il limite insuperabile
di ogni politica prostituzionale. Essa non è applicabile alle
prostitute/i migranti clandestine/i per giocoforza proprio perché c’è e
ci sarà sempre una differenza senza misura tra la moltitudine dei
sopranumerari e la massa degli inclusi. Si tratta di un sovrappiù
semplicemente indigeribile.
Se lo Stato non ha come
obiettivo quello di riempire le carceri (che già straripano), deve
permettere delle zone di “libera prostituzione” Pur non condividendo
totalmente l’idea di ZONE che rischiano comunque di essere dei ghetti,
possiamo accettare che i Comuni individuino sul proprio territorio
delle ZONE dove non sia vietato prostituirsi. Ma a patto che a tale
scelta partecipino anche le persone che si prostituiscono, le
organizzazioni del volontariato che ne tutelano i diritti e i
rappresentanti dei cittadini dei quartieri. Solo così si può cominciare
un percorso partecipato di coscientizzazione dell’impatto del fenomeno
e di migliore gestione del territorio. Avere le prostitute/i riunite/i
in ZONE conosciute facilita inoltre gli interventi di riduzione del
danno e quelli di informazione e prevenzione come già abbiamo avuto
modo di sperimentare in progetti pilota sostenuti anche da alcune
amministrazioni locali [1] .
Il progetto governativo
invece per l’esercizio della prostituzione ingiunge “l’interno di una
privata dimora” (articolo 1 comma 2) di cui l’azienda sanitaria locale
deve certificare l’idoneità igienico sanitaria (articolo 2 comma 2b).
In verità molte prostitute preferirebbero lavorare in casa. Quando
parliamo di casa intendiamo parlare di uno spazio privato che secondo
l’articolo 14 della nostra Costituzione è inviolabile. Pertanto ogni
regola che assimili il domicilio ai pubblici esercizi non si
giustifica. Vi sono delle regole sull’abitabilità degli alloggi che
crediamo siano sufficienti. Consentendo la prostituzione in casa, molte
persone eviteranno le strade, ma non tutte o tutti possono permettersi
una casa. Pensiamo di nuovo alle straniere che non trovano facilmente
un appartamento, alle tossicodipendenti che solo occasionalmente e
senza essere in grado di organizzarsi cercano clienti; a chi desidera
avere degli incontri solo occasionalmente per affrontare un’emergenza
finanziaria; a chi, infine, è in totale mancanza di risorse in un
momento difficile e decide di risolvere i problemi raccattando qualche
soldo lì per lì.
Dopo la strada e l’appartamento, i
locali. Non possiamo fingere di non vedere che esistono centinaia di
locali di intrattenimento che ospitano al loro interno giovani donne
che si dedicano anche alla prostituzione. La legge Merlin lo vieta, e
tale norma ha consentito la discriminazione delle persone prostitute
che anche solo per divertirsi volevano frequentare un locale. Per
timore di una denuncia per favoreggiamento, spesso le prostitute/i
erano cacciate/i dai gestori. Chi le accetta spesso le sfrutta per
trarne lauti profitti che compensino il rischio. Fare chiarezza in
questo settore è assolutamente necessario per evitare discriminazione e
sfruttamento. Non vogliamo che la prostituzione sia organizzata da
imprenditori né che si trasformino i locali di divertimento in
bordelli. Proponiamo che si elimini la norma che vieta alle
prostitute/i di frequentare qualsiasi tipo di locale pubblico perché è
discriminatoria. Nello stesso tempo è ragionevole pensare che come per
tutti i cittadini anche per le persone che si prostituiscono non sia
lecito consumare rapporti sessuali all’interno di qualsiasi locale
pubblico. Gli alberghi invece non devono respingere le persone che si
presentano con documenti regolari; gli incontri fra due persone
maggiorenni all’interno di una camera o di un appartamento preso in
affitto e regolarmente pagato non dovrebbero essere affari di nessuno.
Favoreggiamento e sfruttamento
Nella proposta non è ben delineato come il legislatore intende punire chi sfrutta la prostituzione.
In più punti il testo non offre le garanzie di chiarezza e precisione della legge penale, previste dalla Costituzione.
Il
delitto di sfruttamento richiede la doppia modalità della violenza e
del fine di trarre profitto. Ma non è già sufficiente una modalità alla
volta per aversi coazione?
Sono abrogati i vari reati
dell’art. 3 della legge Merlin ( tranne quello del n. 7 – attività in
associazioni - che è punito oggi da due a sei anni di reclusione ),
eppure il testo ( all’art. 1, n. 3 ) richiama ancora il reato di
favoreggiamento. E l’agevolazione? Abrogato il n. 4, resta solo
l’agevolazione delle associazioni e organizzazioni. Noi crediamo che
vi debba essere chiarezza nella definizione dello sfruttamento e delle
relative sanzioni.
Il favoreggiamento è un reato assurdo
se utilizzato fine a se stesso e da anni chiediamo venga eliminato,
abbiamo visto crearsi il vuoto attorno alle persone prostitute a causa
di questo reato e aumentare lo sfruttamento anche da parte di chi
semplicemente affitta un alloggio. Recentemente alcuni giudici hanno
condannato per favoreggiamento chi vende i preservativi alle
prostitute, dimostrando una totale mancanza di responsabilità verso i
problemi di salute pubblica e di diffusione delle Malattie
trasmissibili sessualmente. In tempi di AIDS e con la fatica che tutti
facciamo a incoraggiare l’uso del preservativo ci sembra che una simile
sentenza sia criminosa.
Controlli Sanitari
Ogni controllo sanitario coercitivo è una violazione dei diritti umani.
Sottoporre
una specifica categoria (le prostitute) a controlli di massa è
discriminatorio a meno che non sia imposto a tutte le persone
sessualmente attive.
Tale proposta si basa sul presupposto che un opera di screening
“di massa” , rivolta a una parte di popolazione che si espone
frequentemente a situazioni di potenziale rischio (pratiche sessuali a
pagamento in questo caso), possa costituire un efficace strumento di
prevenzione della diffusione dell’Aids.
Come in passato, ribadiamo le nostre ragioni contro questa ipotesi:
l’eventuale
obbligatorietà del test (o addirittura l’ipotesi di introduzione del
Trattamento Sanitario Obbligatorio) non farà altro che spaventare e
allontanare le persone che si prostituiscono dai servizi di screening
invece che avvicinarle, soprattutto a fronte del fatto che le persone
che si prostituiscono sono oggi in maggioranza straniere. Così il test
diventerà paradossalmente motivo di fuga, vanificando la possibilità di
conoscere, ed eventualmente migliorare, le proprie condizioni di
salute. Non è certo un caso che anche la Commissione Nazionale Aids
consideri l’ipotesi del Trattamento Sanitario Obbligatorio come
estremamente dannosa per la tutela della salute pubblica;
il
test per la ricerca dell’ Hiv non ha alcun valore preventivo qualunque
sia la fascia di popolazione a cui è rivolto, per il semplice motivo
che si tratta di un test ‘diagnostico’, cioè di un esame che al massimo
può confermare (o meno) la presenza del virus Hiv, e non certo
prevenire il contagio di per se;
il test non registra la
presenza del virus nel sangue, ma solamente la presenza di anticorpi
specifici. Dal momento in cui una persona entra in contatto con il
virus Hiv devono passare dalle 4 settimane ai 3- 6 mesi (il cosiddetto
“periodo finestra”) perché il sistema immunitario produca anticorpi che
siano individuabili dal test. Il test nel periodo finestra darà quindi
sempre un risultato ‘negativo’, anche se la persona è già a tutti gli
effetti un ‘portatore asintomatico’ in grado di trasmettere
l’infezione: in uno scenario di screening di massa (decine di
migliaia di persone, se consideriamo solo le persone che si
prostituiscono) non poche persone potrebbero trovarsi in questa
situazione;
il test non costituisce in alcun modo una
“garanzia di immunità”: il fatto che risulti ‘negativo’ oggi non
previene assolutamente la possibilità di comportamenti a rischio (e
quindi la possibilità di infezione) domani; anzi si corre il rischio di
interpretare un esito “negativo” come una sorta di “patente di
negatività” che concorrerebbe a generare un pericolosissimo e falso
senso di sicurezza;
la responsabilità in un rapporto
sessuale, ovviamente consenziente anche se a pagamento, è sempre da
dividere al 50% fra i partners coinvolti. Questo ci porta a
considerare la figura dei ‘clienti’ che, solo nel nostro paese, sono
stimati intorno a 9 milioni. Per avviare una campagna di screening di massa, anche senza tener conto del fatto che moltissimi clienti hanno a loro volta famiglie e partners,
sarebbe necessaria una quantità spropositata di risorse (umane,
economiche, gestionali, logistiche) e tempi lunghissimi. Il tutto senza
ottenere alcun risultato in termini di prevenzione, per i motivi fin
qui illustrati!
è ancora una volta paradossale verificare
che mentre il mondo politico (o una parte rilevante) invoca misure
drastiche, come appunto lo screening obbligatorio di massa per le persone che si prostituiscono, la stragrande maggioranza dei clienti non ha mai
con se i profilattici e più del 50% continua a pretendere rapporti
sessuali non protetti, arrivando anche a triplicare la “tariffa”
richiesta. Chi deve essere protetto da chi? Chi rischia di infettare
chi? A quando una campagna di prevenzione rivolta ai clienti?; a coloro
i quali obiettano che le “case chiuse” sarebbero una ottima soluzione,
per coniugare ordine e pubblica sicurezza con questioni di ordine
epidemiologico e sanitario, ricordiamo che contrarre malattie veneree,
fra cui la sifilide, era pratica comune andando per i tanto rimpianti
‘bordelli’. Oltretutto la ragione principale per cui furono abolite (a
partire dall’applicazione della Legge Merlin) stava proprio
nell’altissimo tasso di sfruttamento e coercizione a cui erano
assoggettate le donne che vi si prostituivano.
Non vi è
comunque alcun fondamento scientifico nella decisione di sottoporre
obbligatoriamente le prostitute a dei controlli per salvaguardare la
salute dei cittadini. Le ricerche epidemiologiche sulle prostitute in
Europa e nei paesi occidentali in generale dimostrano che le prostitute
“professioniste” hanno una bassa incidenza di infezioni. E’ noto a
tutti che l’uso sistematico dei profilattici ha ridotto e riduce la
diffusione delle MTS [2] , e quindi prendendone atto vi sono solo
alcune azioni propedeutiche da raccomandare: favorire l’uso del
profilattico, renderlo maggiormente disponibile contenendone il prezzo
e fare delle adeguate campagne informative. Alcune ricerche
dimostrerebbero che fra le persone straniere che esercitano la
prostituzione vi sarebbe una incidenza di MTS e HIV superiore a quella
della popolazione generale,in alcuni casi questo fatto è causato
dall’uso di droghe, ma in altri la causa è da individuare nella poca
contrattualità delle persone straniere irregolarmente soggiornanti nel
nostro paese e in Europa. La loro condizione precaria di vita determina
un serio deterioramento delle condizioni di salute con conseguenze
nella diffusione delle malattie infettive [3]
Purtroppo
è il cliente che spesso non vuole usare il preservativo e mette in
pratica delle strategie per ottenere il suo scopo: offre più denaro,
minaccia di andare da un’altra che lo fa senza preservativo, rompe il
preservativo durante il rapporto o lo sfila di nascosto ecc..
E’
noto che i clienti offrono molto più denaro di quello richiesto per
poter avere rapporti non protetti e capita che se ne vadano in giro ad
infettare sia le prostitute che la propria compagna, eppure non si
pensa neanche per un attimo di affrontarli e obbligarli ai controlli,
come se costoro non avessero responsabilità alcuna. Sono trattati al
pari di persone incapaci d’intendere mentre chi si prostituisce è per
il legislatore un/a potenziale criminale. Ma se mai dovesse passare
questa proposta non sapiamo cosa capiterà a chi non è idoneo/a ad
esrcitare la professione. Sappiamo che il carcere è sicuro per chi
viola le regole, ma se una persona ha una malattia per ora incurabile
come l’hiv? Avrà diritto ad un risarcimento o ad una pensione? Dal
momento che paga le tasse, la previdenza e la sanità dovrebbe essere
così, le malattie professionali dovrebbero essere riconosciute o
finiremo come i tanti lavoratori ammalati e morti senza giustizia? In
alcuni paesi dove soppravive la vecchia abitudine di sottoporre le
prostitute ai controlli obbligatori esse sfuggono e solo una piccola
percentuale è registrata, non vi sono casi di malattie serie, né capita
quasi mai che qualcuna s’infetti. Anche alla luce di questi esempi non
si capisce il senso di tale scelta sia in terminidi salute pubblica che
di costi organizzativi.
Essere prostitute non è di per sé
un rischio, lo è avere rapporti non protetti. Sotto questo aspetto non
vi è dubbio che la maggioranza delle cittadine e cittadini che non si
prostituiscono sono molto più a rischio. Servono programmi di
informazione sulla prevenzione rivolta alle/ai sex workers ma anche ai
clienti e specialmente ai giovani e alle donne che sembrano essere più
esposti al rischio dell’AIDS.
Ricordiamo che fare leggi
che costringano le persone che praticano la prostituzione alla
clandestinità, non fa che aumentare i loro bisogni e quindi a
peggiorare le condizioni di lavoro con il conseguente aumento di ogni
tipo di rischio.
Infine vogliamo ricordare la
risoluzione WHA 45.35 dell’Assemblea dell’OMS che dichiara che non c’è
nessun fondamento logico sanitario per qualunque misura che limiti i
diritti degli individui, in particolare misure che stabiliscono
screening obbligatori. La risoluzione della Commissione per i Diritti
Umani delle Nazioni Unite 4/3/94 che ricorda che le misure anti discriminazione formano parte integrante di una strategia di intervento efficace (in tema AIDS). Il nostro paese ha recepito queste raccomandazioni nella legge 135/1990. [4]
Conclusioni
Siamo
convinte che non vi sia piena consapevolezza da parte dei legislatori
sulle conseguenze che l’applicazione di una simile legge avrebbe per
le persone coinvolte, ma anche per le istituzioni che si vorrebbero
preposte a tale disegno. L’applicazione di una si fatta legge e le
conseguenti violazioni che ne deriverebbero aggraverebbero non solo le
condizioni delle persone che si prostituiscono, ma anche quelle delle
famiglie dei clienti, delle aziende sanitarie, delle carceri.
La
condizione delle prostitute irregolari in generale peggiorerebbe e lo
sfruttamento aumenterebbe, soprattutto si creerebbero due mercati
paralleli uno legale ed uno illegale in concorrenza fra loro quindi
peggiorando per entrambi la contrattualità. Ma ancora più grave sarebbe
l’assenza di garanzie per il rispetto della dignità e dei diritti delle
persone prostitute in contrasto con gli indirizzi degli organismi
internazionali (UN e OMS) e della Costituzione.
[1] “ZONING” Comune di Venezia – Assessorato Politiche Sociali- Assessorato alla Polizia Municipale, gennaio 2002;
Progetto Free Woman, Comune di Venezia Rapporto 96/97/98;
Rimini e la prostituzione, Quaderni di città sicure, supplemento del periodico della R. Emilia Romagna, 1996
Servizi In Vetrina, Manuale per interventi nel mondo della prostituzione Migrante, ed.Asterios Trieste 2001;
[2] Day S. Ward H. STD Control and Commercial Sex Workers. Genitourin. Med. 1997;73
[3] Società Italiana di Medicina delle Migrazioni,”Tertio Millenium Ineunte: migration,new scenarios for old problems”; Erice, maggio 2002
[4] Per leggi ed etica si vedano i lavori del Centro Internazionale
Studi e Ricerche sui problemi Etici,Giuridici e Medico-legali relativi
all’AIDS in AIDS Leggislazione Europea,a cura di Cattorini P. Morelli D. e Zanchetti M., Istituto Scientifico H San Raffaele Europa Scienze Umane Editrice,Milano 1996
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