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Strategie di resistenza PDF Stampa E-mail

Resistenze / Dip. Pari Opportunità. – Resistenza civile / – Roma : Dip. Pari Opportunità, 8/9/2000 - atti del convegno

 

Certo, "resistenze" - al Plurale - può restituire al nostro presente la complessità di un movimento che l'agiografia ufficiale ha oggettivamente appiattito e impoverito negli ultimi decenni ma, più obiettivamente, è per me, portavoce del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, l'occasione per spiegare che cosa il nostro Comitato si è proposto sin dalla sua nascita nel'82. In questa ricostruzione ritroviamo tutte le categorie del pensiero politico occidentale e le luci e le ombre di una pratica politica che per molti versi è stata ed è di resistenza. A viverla, qualche volta a promuoverla, è quella moltitudine di donne prostitute alle quali ci sentiamo vicine.

Noi prostitute dobbiamo ogni giorno misurarci con lo Stato, meglio con i suoi apparati ideologici e di repressione: leggi, circolari che interpretano le leggi, codici e codicilli e poi prefetti, sindaci, assessori, poliziotti, preti, giornalisti, pubblica opinione. Un politico di destra chiama questo mondo il teatrino della politica salvo poi candidarsi a suo regista e burattinaio. Più correttamente e più seriamente il filosofo Debord ha parlato in tempi non sospetti di "società dello spettacolo", metafora viva per dire il pieno dispiegarsi della società borghese, il suo pervenire a maturità sul piano simbolico, economico e politico.

Questo stato, è utile ribadirlo, è liberaldemocratico, rappresentativo e di diritto ed è nato dall'unità d'azione fra tutte le forze antifasciste, indipendentemente dallo loro base di classe.

È stata una peculiarità della nostra resistenza, infatti, l'aver messo in secondo piano l'aspetto di classe dello lotta contro il nazifascismo per esaltare invece l'aspetto nazionale.

Questa osservazione ci spinge a definire la qualità del soggetto in cui ci riconosciamo. È l'unico modo per evitare i tanti luoghi comuni sulla prostituzione, soprattutto la sua riduzione entro lo spazio della marginalizzazione e della devianza.

Qui da noi in Italia la realtà prostituzionale è composita: ci sono le prostitute autoctone il cui profilo di sex worker le avvicina alle nuove figure del lavoro postfordista e ci sono le prostitute immigrate, tendenzialmente in calo le prime (coprono a stento il 5% della prostituzione di strada), in costatante aumento le seconde 25000). Immigrate e migranti, sempre clandestine, giovani e giovanissime, per queste ultime l'Europa e l'Italia si presentano come una fortezza inespugnabile con le sue frontiere di ferro e di cristallo e la sua legislazione speciale (il sistema Schengen e la legge 40) che abolisce di fatto il diritto d'asilo.

Per costoro la categoria di sex worker è riduttiva perché altre variabili entrano in gioco, in primis la questione dei diritti.

Quando la prostituta è la donna migrante, non è sufficiente l'analisi del contenuto del suo lavoro, del suo spazio, del suo tempo, della forma della sua retribuzione, della sua identità professionale, del mercato entro cui viene a collocarsi.

Sono anni che il nostro Comitato tenta di proporre un diverso paradigma concettuale per dislocare l'analisi sul terreno minato del rapporto con lo Stato. Le osservazioni che seguono sono punti irrinunciabili della nostra riflessione.


• la prostituta migrante non trova rappresentazione alcuna nello Stato: bollata come clandestina, per lo Stato e la sua amministrazione non esiste. Questa condizione non contraddice la sua realtà lavorativa: è sulla strada, esposta e visibile e contata come tale. L'appartenenza alla società - appartenenza che non è inclusione - deriva alla prostituta immigrante dalla sua esposizione. La sua appartenenza suscita inquietudine e preoccupazione. È questo il motivo per cui viene ricondotta entro una fitta rete di controllo e di repressione. È la stessa situazione in cui sono immersi i profughi, gli apolidi, tutti gli immigrati extraeuropei ai quali non vengono riconosciuti i diritti degli autoctoni e per i quali vale una sola legge: di essere fuori legge.


• Extra legem:questa condizione è prodotta e voluta dal potere sovrano. È lo Stato a decidere la messa al bando di questa figura di migrante per la quale solo la categoria di "nuda vita" è adeguata. Infatti la vita senza diritti è nuda perché solamente il godimento dei diritti e in -primo luogo quello di cittadinanza offre la garanzia di inclusione in una qualche comunità entro cui la vita prende forma. Parlandoci dello schiavo, Aristotele sottolinea che un suo tratto peculiare è il difetto di parola, la sua incapacità o impossibilità a dire e a comunicare. Nell'agorà non ci sono schiavi ma solo cittadini ai quali il potere sovrano riconosce intelletto e logos. Lo schiavo invece è muto, irrapresentabile ed invisibile: semplice corpo. Il corpo, cui la nuda vita è consegnata è così sottratto alla presa del diritto e reso disponibile ad ogni forma di violenza, di manipolazione, di mutilazione, di segregazione, di negazione. Corpo sacro, dunque, nel significato che Agamben assegna a questo aggettivo. L'insignificanza della nuda vita procede dalla sanzione legale dell'esclusione.


• Paradossalmente nella situazione di solitudine e di abiezione in cui versa, la prostituta migrante finisce per consegnarsi al potere sovrano alla sua convocazione, alla sua sentenza; si tratta di una disponibilità senza contropartita: denuncia il tuo sfruttatore, abbandona la strada, redimiti e si vedrà.


• È possibile sciogliere diversamente questo nodo gordiano di nuda vita e sovranità? È pensabile liberare la prostituta migrante aprendole una qualche via al di là del suo abbandono alla legge? A quale pensiero politico fare appello per cercare ed eventualmente trovare una risposta che sia all'altezza della situazione? La grande costellazione concettuale che da Aritotele arriva fino a Marx non è granché utile al nostro scopo perché finalizzata a teorizzare un potere sovrano che decide del bando, dell'esclusione come dell'inclusione. Per questo motivo le teorie politiche classiche sono teorie della relazione: sudditto-Stato; società civile-Stato; classe- Stato. Noi invece avvertiamo l'urgenza di un pensiero impolitico che pensi ad una politica sciolta da ogni bando e di una pratica politica di rottura della relazione. All'abbandono alla legge che, come chiarisce il racconto di Kafka è sempre un esporsi impotente davanti ad essa, vorremo opporre un diverso e più salutare contegno: la defezione, l'esodo.


• Negli anni '70 l'Italia è stato il laboratorio eccezionale di pratiche politiche sovversive spesso incomunicabili tra loro. Da una parte la galassia variegata dei gruppi di estrema sinistra che ha cercato il rapporto con lo Stato in un'ottica neo leninista e neoresitenziale di confronto-scontro diretto fino al suo esito terroristico; dall'altra parte il movimento delle donne, decentrato privo di leaders e di autorità centrali. Non ammaliato dal fascino del potere sovrano né afflitto dal risentimento e dall'odio nei suoi confronti, il movimento delle donne è stato capace di strappargli divorzio e aborto assistito nonché un generale avanzamento sul terreno della legislazione sul lavoro. La sua pratica ha evitato il furore giacobino della P38 come l'opportunismo parlamentare, ossia la tentazione a costituirsi in rappresentanza politica di interessi sociali. La nostra tesi è che in quegli anni difficili e fecondi solo il movimento delle donne ha riproposto in termini nuovi la questione della democrazia: come far sì che lo Stato si limiti a sanzionare l'universalità di ciò che un'esperienza propriamente politica (nella fattispecie quella delle donne) rende possibile, senza che questa esperienza miri a sostituirsi allo Stato. La distanza tra questa pratica politica e lo Stato è comunque incolmabile: la democrazia misura tale distanza.


• Il nostro Comitato si batte, dobbiamo ricordarlo, per i diritti civili delle donne che si prostituiscono, immigrate ed autoctone. Pensiamo di restare fedeli alla lotta delle donne restituendo alla categoria di legge l'imprescindibile carattere di universalità che le spetta. Non crediamo che una legge sia tale solo perché chi la promulga o la convalida ha una forza più o meno costituzionalmente legittimata per renderla cogente. La legge sul divorzio, quella sull'aborto, lo statuto dei lavoratori e delle lavoratrici hanno avuto un carattere di universalità tale da trascendere l'autorità di questo o quel esecutivo. La stessa valutazione diamo della legge Merlin che ha cancellato la vergogna di Stato delle case chiuse. Oggi grazie a questa legge le autoctone che scelgono di prostituirsi possono farlo, almeno formalmente. Il nostro Comitato difende questo spazio di libertà contro i tentativi ricorrenti di azzerare i diritti acquisiti. Ma bisogna andare oltre: la depenalizzazione deve essere autentica, tale da garantire il libero scambio di sesso con denaro quando i soggetti sono consenzienti. E poi tutti devono essere uguali difronte la legge e la legge deve essere uguale per tutti. Le donne migranti che scelgono di prostituirsi e scelgono di lavorare nel nostro paese devono poterlo fare con gli stessi diritti delle italiane.

 

 

Bibliografia:

Debord Guy, Commentari sulla società dello spettacolo, Sugarco Edizioni , 1990

Agamben Giorgio, Homo Sacer, Einaudi, Torino 1995

Aristotele, Politica, editori Laterza, 1996

Ravera C., Breve storia del movimento femminile in Italia, Editori Riuniti, Roma 1978

Braidotti Rosy, Dissonanze. Le donne e la filosofa contemporanea, La Tartaruga, Milano 1994

Derive Approdi Settantasette, Castelvecchi, Roma 1997

Kafka F. Il Pocesso, Thema Edizioni, 1992