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“La guerra è stata da sempre l’attività specifica del maschio e suo modello di comportamento virile”, così recita uno dei punti del manifesto di Rivolta Femminile, redatto ormai più di cinquant’anni fa.

Un paradigma che, per chi lavora nel sociale, non è solo un esercizio di retorica, ma qualcosa di tangibile: lo vediamo impresso sulla pelle, negli occhi e nelle storie delle persone che incontriamo ogni giorno.

Se il giocattolo preferito dei governi fascisti sono le minoranze da opprimere e le libertà da smantellare, quello del maschio che mette in scena la guerra sono le donne e i loro corpi. Corpi considerati territori da invadere, trofei da conquistare per umiliare, strumenti attraverso cui esercitare dominio e sovranità.

Da sempre sentiamo parlare di stupri di guerra, di traffico sessuale, di mutilazioni genitali. Nel contesto bellico, le donne vengono identificate con la loro patria, e a causa di un’etichetta decisa da altri, sono sempre loro, le nostre sorelle, a pagare il prezzo più caro.

Chi riesce a fuggire dall’oppressione non lo fa mai in condizioni accettabili. Non basta sopravvivere all’orrore: ad attenderle fuori dal loro Paese c’è spesso un destino feroce, ma meno visibile. Non è solo lo stigma del ricominciare una nuova vita altrove, in un luogo che ti guarda come “altro da sé” categorizzandoti solo come sottomessa, vittima o criminale, ma è anche il percorso stesso della fuga a essere costellato da barbarie.

La tratta di esseri umani è un fenomeno che ai più appare nebuloso. Eppure è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse. Reclutamento, trasporto, controllo tramite minaccia, inganno o violenza: diverse forme, un unico filo rosso. Quando una donna è costretta a fuggire, lo sfruttamento sessuale è spesso la prima tappa che la attende. Perché non è solo la guerra ad essere, da secoli, “attività specifica del maschio”: è soprattutto la subdola idea di poter disporre del corpo delle donne a proprio piacimento ad essere radicata e strutturale.

Noi siamo stufe, stufe di dover immaginare che gli orrori vissuti dalle donne che riusciamo ad intercettare siano solo la punta di un iceberg fatto di violenza e disuguaglianza di genere, stufe di vedere come le istituzioni rappresentino gran parte del problema, poiché ancora oggi chi governa il nostro Paese finge di non capire che il fenomeno migratorio è la diretta conseguenza dell’imperialismo coloniale che l’occidente attua da secoli. 

Purtroppo è risaputo: il traffico di esseri umani non si ferma al percorso per arrivare qui, bensì continua sotto i nostri occhi, e Trieste non ne è esente.

Lo vediamo nelle donne al margine, nelle vittime imperfette e di serie B, classificate come tali da un sistema impreparato che ingabbia e stigmatizza: la tratta è perfino intrinseca alle politiche di gestione migratoria, che invece di attuare misure di prevenzione efficaci e non stigmatizzanti, si premurano di sincerarsi che la donna che hanno davanti sia “abbastanza vittima”, esattamente come quando ci chiedono “signorina, com’era vestita?” o “cosa ha fatto per provocarlo?”.

Il nostro Paese è la prova che la tratta di esseri umani non è un fenomeno sporadico, non è altro da noi, ma la conseguenza diretta di precise scelte politiche, come il sostegno ad entità imperialiste e genocide, come il giudizio proibitivo della destra nei confronti dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole (perché non bisogna educare il maschio, ciò che possiamo fare è solo piangere l’ennesima donna uccisa), come i 33 miliardi di euro investiti in spese militari.

Non è un caso che, nello stesso periodo storico in cui l’occidente sta mostrando il suo reale volto con il genocidio in Palestina, i media non ci parlino mai degli orrori che l’entità sionista attua nei confronti delle nostre sorelle palestinesi: i libri di storia definiranno sempre le donne come vittime collaterali, ma in realtà siamo protagoniste di un gioco che ha regole scritte da altri e sta venendo consumato sulla nostra pelle.

Oggi è il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne, e noi dell’antitratta vogliamo ricordare che il traffico di esseri umani è una delle sue manifestazioni più estreme, e che la lotta non può non tenere conto delle nostre sorelle razzializzate.

Perché sì, la violenza patriarcale tocca tutte come in uno straziante eterno ritorno: ci hanno fatto credere che essere “meno colpite di altre” fosse un privilegio, che sarebbero stati i padroni a parlare per noi, che l’oppressione fosse destino e non progetto politico.

Noi però abbiamo imparato sulla nostra pelle che il patriarcato è una sovrastruttura, un sistema prefabbricato e che, come ogni sistema costruito, deve essere distrutto.

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